Iran: negato accesso “essenziale” all’Agenzia internazionale per l’energia atomica

Pubblicato il 27 settembre 2021 alle 11:46 in Iran Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha affermato, il 26 settembre, che l’Iran ha negato alle proprie squadre di accedere a un laboratorio adibito alla produzione di componenti per centrifughe nucleari. La mossa contraddice un’intesa raggiunta dall’ente di monitoraggio e l’Iran il 12 settembre.

In particolare, in tale data, il vicepresidente e capo dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran (AEOI), Mohammad Eslami, e il Direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, avevano raggiunto un accordo in base al quale gli ispettori dell’Agenzia avrebbero potuto accedere a determinati siti senza limitazioni per “riparare le apparecchiature identificate e sostituire i loro supporti di memorizzazione” che sarebbero stati tenuti sotto il sigillo congiunto dell’AIEA e dell’AEOI nella Repubblica islamica dell’Iran”. In tal modo, è stata scongiurata una crisi che avrebbe rischiato di compromettere gli sforzi profusi sinora per rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), e soprattutto una eventuale condanna contro Teheran da parte dei Paesi occidentali coinvolti.

Tuttavia, in un comunicato diffuso il 26 aprile, Rafael Grossi ha affermato che l’Iran, seppur autorizzando l’ingresso nella maggior parte dei siti, dal 20 al 22 settembre, non ha consentito l’accesso a un laboratorio, volto alla fabbricazione di componenti per centrifughe, del complesso di Tesa Karaj, situato nella periferia Nord-occidentale di Teheran. Tale comportamento, a detta dell’AIEA, contraddice quanto stabilito il 12 settembre, considerato che “tutte le attività dell’Agenzia menzionate nella dichiarazione congiunta, su tutte le attrezzature, in tutte le strutture e tutti i siti iraniani, sono necessarie per garantire la continuità della sua missione di supervisione”. Era stato proprio l’impianto di Karaj ad essere oggetto di un atto di “sabotaggio”, il 23 giugno scorso, sventato dalle autorità iraniane, che avrebbe provocato danni a una delle telecamere posizionate dall’Agenzia.

Dall’altro lato, il 27 settembre, l’inviato per l’Iran dell’ente di monitoraggio onusiano, Kazem Gharibabadi, ha definito inesatto il rapporto dell’Agenzia e il modo in cui questa ha interpretato l’intesa. A detta di Gharibabadi, già nel corso dei precedenti colloqui a Teheran e a Vienna, l’Iran aveva specificato che l’apparecchiatura del complesso di Tessa Karaj non può essere sottoposta a manutenzione, in quanto è ancora oggetto di “scrutinio e investigazione giudiziaria”. Ad ogni modo, ha specificato il funzionario iraniano, l’AIEA ha avuto modo di sostituire le schede di memoria negli altri siti inclusi nell’accordo del 12 settembre.

Con il comunicato del 26 settembre, secondo alcuni, aumentano le pressioni su Teheran per rispettare l’accordo sul nucleare, in un momento in cui si è in attesa di una possibile ripresa dei negoziati. Questi sono stati interrotti il 17 luglio, alla luce del “periodo di transizione” vissuto da Teheran con l’elezione di un nuovo presidente, Ebrahim Raisi. Mentre Washington sembra stare già elaborando un piano alternativo, nel caso in cui Teheran decida di non ritornare al tavolo delle negoziazioni, l’Iran ha lanciato nuove accuse. In particolare, il ministro degli Esteri, Hossein Amir Abdollahian, in un’intervista televisiva rilasciata, il 23 settembre, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha affermato che il suo Paese “è pronto a tornare presto ai negoziati per rilanciare l’accordo sul nucleare, ma l’amministrazione statunitense ha inviato segnali negativi, mantenendo le sanzioni già in vigore contro l’Iran e imponendone di nuove”. Alla luce di ciò, il ministro ha invitato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, a “fare passi concreti per dimostrare che Washington è seriamente intenzionata a rilanciare l’accordo sul nucleare” firmato nel 2015.

Le parole di Abdollahian hanno fatto seguito a quelle del segretario di Stato degli USA, Antony Blinken, il quale si è detto rammaricato per il fatto che l’Iran non abbia rilasciato “alcuna indicazione”, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, sulla data del suo ritorno al tavolo dei negoziati. Washington, ha poi specificato Blinken, desidera intraprendere la strada della diplomazia, convinta che ritornare all’accordo sia la chiave per risolvere preoccupazioni che accomunano diversi Paesi. Al momento, però, non è chiaro se e quando l’Iran sarà disposta a dialogare di nuovo.

I colloqui di Vienna avevano avuto inizio il 6 aprile e, nonostante l’ottimismo espresso da più parti nel corso dei successivi round, non hanno portato ad alcun risvolto. Ai meeting hanno partecipato, all’interno di una “Commissione mista”, delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Anche una delegazione degli USA si è recata a Vienna, ma non ha preso parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, sono stati gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

Il presidente degli Stati Uniti, Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Le figure politiche di spicco dell’Iran concordano, invece, sul fatto che Teheran debba cercare di porre fine al regime di sanzioni statunitensi. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna ha aspettato che fosse l’altra ad agire per prima.

 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.