Oman: possibile scontro di interessi tra USA e Cina

Pubblicato il 26 settembre 2021 alle 6:16 in Medio Oriente Oman

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In un periodo in cui gli Stati Uniti sembrano ridurre gradualmente la propria presenza nel Golfo Arabo, fonti “occidentali” hanno evidenziato che progetti strategici, sia petroliferi sia di altro tipo, hanno portato Washington e Pechino a volgere lo sguardo verso il Sultanato dell’Oman.

La notizia è stata riportata dal quotidiano al-Arab, il quale spiega che la Cina, negli ultimi anni, ha rafforzato le proprie relazioni con Muscat, considerando il Paese parte integrante delle rotte marittime e terrestri incluse nel progetto “multigenerazionale” relativo alle Iniziative della nuova via della seta. L’Oman, specifica il quotidiano, si trova lungo una un’intersezione strategica di rotte terrestri e marittime, oltre che nelle vicinanze dell’asse di influenza Cina-Russia-Iran in Medio Oriente. Tuttavia, il problema del Paese del Golfo è che dispone di risorse naturali limitate, se si considerano gli standard della regione. L’Oman è classificato al 22esimo posto, a livello globale, in termini di risorse petrolifere accertate, pari a circa 5 miliardi, mentre le riserve di gas naturale sono minime.

Per far fronte a tali carenze, il Paese ha messo in atto una strategia volta a massimizzare i guadagni derivanti da idrocarburi grezzi, trasformandoli in una vasta gamma di prodotti petrolchimici dal valore aggiunto. È in tale quadro che si inserisce Duqm, città portuale omanita, affacciata sul Mar Arabico, già sede di una Zona Economica Speciale, che si appresta ad ospitare un impianto di stoccaggio di petrolio per il progetto “Duqm Refinery and Petrochemicals”, da 230.000 barili al giorno. I progetti avviati in tale porto, vedono la partecipazione di diversi attori internazionali, dal Kuwait all’Arabia Saudita.

Ad ogni modo, un esperto finanziario, Simon Watkins, ha evidenziato come la strategia elaborata da Muscat richieda ingenti investimenti iniziali prima che l’infrastruttura inizi a generare ritorni finanziari significativi. Stando a quanto spiegato, quando, nel 2013, il Sultanato ha iniziato a ideare tale strategia, la Oman Refineries and Petroleum Industries Company (ORPIC) riferì che stava proseguendo con un progetto da 5 miliardi di dollari, volto ad aumentare la capacità di produzione nella raffineria di Sohar e costruire un complesso petrolchimico nelle vicinanze. In quel periodo, il prezzo del greggio Brent era di oltre 100 dollari al barile e godeva di una certa stabilità. Tuttavia, solo pochi mesi dopo, l’Arabia Saudita innescò una delle sue guerre sui prezzi di petrolio, che, secondo Watkins, era volta a danneggiare il settore nascente dell’olio di scisto statunitense. Ciò provocò una forte diminuzione dei prezzi di petrolio e il fallimento dei produttori di scisto.

Sebbene tale settore “statunitense” non venne distrutto, la guerra dei prezzi influenzò le entrate petrolifere di Muscat, che, da allora, ha cominciato a fronteggiare gravi difficoltà finanziarie e, di conseguenza, a necessitare di uno “sponsor internazionale”, una “superpotenza”, in grado di assisterla e di consentirle di completare i propri piani nel settore petrolchimico. È in tale momento che è intervenuta la Cina, che ha visto nell’Oman un importante collegamento logistico per le proprie Vie della Seta.

Motivo per cui, Pechino ha iniziato a destinare ingenti investimenti al Sultanato, il più importante dei quali è legato a un contratto di locazione di terreni per creare un’enorme zona industriale a Duqm. Ciò consentirà a un certo numero di aziende cinesi di investire nel Paese del Golfo non meno di 10 miliardi di dollari in una prima fase. Sebbene l’accordo fosse inizialmente incentrato sull’espansione delle capacità produttive della raffineria di Duqm e delle relative operazioni, ora comprende una serie di progetti in tre aree, industria pesante, industria leggera e complessi polifunzionali, che si prevede saranno tutti finalizzati in un periodo che oscilla tra cinque e dieci anni.

Nel frattempo, gli Stati Uniti si sono resi conto del desiderio dell’Oman di raccogliere i fondi necessari per sostenere il proprio bilancio e continuare ad attuare progetti strategici. In tale quadro, la Energy Development Company omanita è in trattative con diverse banche internazionali per raccogliere 1,5 miliardi di dollari volti a finanziare il debito del Paese, tra cui la statunitense JPMorgan. Fonti vicine ai colloqui hanno rivelato che anche gli Emirati Arabi Uniti hanno segnalato un forte interesse a svolgere un ruolo in qualsiasi struttura e meccanismo di prestito.

A tal proposito, il ministro del Petrolio e del Gas omanita, Mohammed al-Ramahi, ha affermato che Energy Development Oman (EDO) sta cercando di raccogliere 3 miliardi di dollari per finanziare le sue operazioni, il che fornirebbe maggiori opportunità di investimento diretto per gli Stati Uniti nell’apparato industriale dell’Oman. Esperti americani ritengono che un’opportunità possa provenire dalla vendita da parte della Oman Oil Company della sua principale unità di perforazione, Abraaj Energy Services, vendita che è ancora nelle prime fasi delle trattative.

L’idea di vendere una partecipazione della Oman Oil Company a raffinerie e industrie petrolifere non ha avuto molto successo a causa di problemi di rating. Tuttavia, il crescente interesse cinese per il Sultanato ha portato Washington a rivolgere l’attenzione al Paese del Golfo. Come evidenziato da al-Arab, però, un accordo USA-Oman su una partecipazione totale o parziale in Abraaj e nella Oman Oil Company inciderebbe sugli investimenti cinesi nel settore energetico omanita. Inoltre, vanificherebbe i piani a medio termine dell’Iran, che mira a costruire un gasdotto attraverso il Golfo di Oman, volto a beneficiare delle capacità di liquefazione di gas disponibili nella regione, in particolare negli impianti di Qalhat, e di esportazione, attraverso il porto di Sohar.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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