Tunisia: si dimettono 113 membri di Ennahdha

Pubblicato il 25 settembre 2021 alle 19:31 in Africa Tunisia

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In Tunisia, 113 membri di spicco del partito islamico Ennahdha si sono dimessi, sabato 25 settembre, per protestare contro la dirigenza, rappresentata da Rachid Ghannouchi, e denunciare la sua incapacità di creare un fronte unito in grado di contrastare le mosse del presidente Kais Saied, accusato di aver organizzato un colpo di stato ai danni della Costituzione e delle istituzioni del Paese. I funzionari che hanno annunciato le dimissioni hanno motivato la loro decisione affermando di non voler affrontare quello che hanno definito un “pericolo tirannico imminente”. Ghannouchi, a detta del gruppo, sarebbe responsabile dell’isolamento del partito e del deterioramento della situazione generale del Paese.

Nell’ultimo decreto presidenziale annunciato mercoledì 22 settembre, il presidente Saied ha rafforzato ulteriormente i suoi poteri a spese del governo e del Parlamento. La mossa arriva circa due mesi dopo quelle “misure straordinarie” che hanno portato la Tunisia verso una situazione di caos e incertezza politica. Il 25 luglio, il capo di Stato tunisino ha rimosso dal suo incarico il primo ministro, Hichem Mechichi, e ha sospeso le attività del Parlamento per trenta giorni, accentrando su di sé tutta l’autorità esecutiva, mentre i deputati sono stati privati della loro immunità parlamentare. Nel corso delle settimane successive, Saied, accusato di tentato colpo di Stato, ha più volte ribadito che si è trattato di provvedimenti eccezionali, volti a salvare le istituzioni statali tunisine, e di aver rispettato sia la Costituzione, con particolare riferimento all’articolo 80, sia i diritti del popolo tunisino. Ad oggi, la popolazione continua ad attendere la nomina di un nuovo premier e di una squadra governativa, come promesso più volte dal presidente stesso.

Tra i firmatari della dichiarazione di Ennahdha ci sono otto legislatori e diversi ex ministri, tra cui l’ex ministro della Salute, Abdellatif Mekki, che in un post su Facebook ha affermato di essere profondamente rattristato dalla decisione, ma di considerarla inevitabile. “Non ho scelta”, ha detto, aggiungendo: “Dobbiamo affrontare il colpo di stato per il bene della Tunisia”. Alcuni funzionari di Ennahdha avevano già chiesto le dimissioni del loro leader, Ghannouchi, per non essere stato in grado di rispondere in maniera adeguata alla crisi politica. Il partito ha sottolineato ancora una volta che considera “incostituzionale” la decisione di Saied di sospendere il Parlamento e di licenziare il primo ministro, ma ha adottato un approccio più conciliativo, invitando il presidente a tornare indietro sui suoi passi.

Rabeb Aloui, giornalista di Tunisi, ha riferito ad Al Jazeera che da tempo si stavano diffondendo tensioni all’interno del partito. Nel settembre 2020, 100 membri di Ennahdha si erano detti contrari alla scelta di Ghannouchi come leader del partito per la terza volta consecutiva. “Penso che questa sia la più grande crisi che Ennahdha abbia vissuto”, ha detto Aloui, riferendosi alle dimissioni annunciate sabato. “Era previsto da quando le tensioni sono iniziate, un anno fa”, ha aggiunto, specificando tuttavia che l’entità dell’ammutinamento ha colto di sorpresa molti osservatori.

Ennahdha è uno dei maggiori partiti politici della Tunisia dalla rivoluzione del 2011 e ha sempre sostenuto i vari governi di coalizione che si sono formati nel corso degli anni. Nei giorni successivi al 25 luglio, Ghannouchi aveva invitato parlamentari e sostenitori a organizzare un sit-in fuori dal Parlamento per denunciare il “golpe” del presidente. In seguito, però, il leader di Ennahdha ha assunto una posizione più di contenimento, che di opposizione, notando che l’affluenza alla manifestazione era stata inferiore rispetto al previsto. Parte della popolazione, infatti, ha accolto con gioia la mossa del capo di Stato. In alcune zone del Paese, le bandiere di Ennahdha sono state bruciate e gli uffici del partito sono stati presi di mira e attaccati.

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di Redazione

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