Kuwait: possibile svolta per la minoranza Bidoon

Pubblicato il 24 settembre 2021 alle 6:19 in Kuwait Medio Oriente

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Il Kuwait ospita una minoranza nota con il nome di Bidoon, i cui membri non sono mai riusciti a ottenere la cittadinanza a seguito dell’indipendenza del 1961. Al momento, però, le autorità del Paese del Golfo sembrano essere disposte a fornire loro documenti di viaggio. Come spiegato dal quotidiano al-Arab, una mossa simile, definita una “svolta politica”, potrebbe consentire alla minoranza non solo di spostarsi più facilmente, ma di accedere altresì a strumenti adeguati a livello lavorativo e in termini di assistenza sanitaria.

Il termine “Bidoon” sta per “Bidoon jinsiya”, dall’arabo “senza nazionalità”, e indica una minoranza apolide composta da circa 500.000 membri. In realtà, tale minoranza abita non solo in Kuwait, dove rappresenta circa il 10% della popolazione totale, ma anche in altri Paesi del Golfo, quali Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La maggior parte dei Bidoon proviene dall’Iraq, mentre in parte è nata in Kuwait. Secondo i dati di organizzazioni internazionali accreditate presso le Nazioni Unite, il numero di Bidoon in Kuwait è stimato a circa 100.000. Il ministro di Stato per gli affari economici, Maryam al-Aqeel, durante una sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha riferito che si è scoperto che il numero di Bidoon prima dell’invasione irachena del 1990 ammontava a 220.000, ma il numero è diminuito dopo la liberazione del Paese, giungendo a circa 120.000. Poi, alla fine del 2018, il numero di “residenti illegali” ha raggiunto quota 85.000.

Da parte sua, il governo kuwaitiano classifica i Bidoon come “residenti illegali” con nazionalità non identificata, sebbene questi si identifichino a pieno con la società locale, con cui condividono lingua, usi e costumi. Ciò che rende la loro presenza in Kuwait ancora più complessa è il loro essere musulmani sciiti, il che li ha resi bersaglio di pratiche discriminatorie, mentre le autorità kuwaitiane sono state talvolta accusate di “pulizia razziale”. Motivo per cui, il caso Bidoon è stato spesso paragonato a quello dei Rohingya in Myanmar.

L’Agenzia Centrale, istituita nel 2010 da un decreto dell’emiro, con l’obiettivo di risolvere la questione dei Bidoon, afferma che la maggior parte degli apolidi “è entrata illegalmente in Kuwait e dichiara di essere di origine kuwaitiana, ma nasconde la propria vera nazionalità”. A detta di tale Agenzia, inoltre, circa 71.000 membri di tale minoranza che risiedono in Kuwait detengono una nazionalità, ma di altri Paesi, tra cui Iran, Iraq, Arabia Saudita e Siria.

Non essendo affiliati a nessuno Stato, la principale richiesta dei “residenti illegali” al governo kuwaitiano continua a essere la cittadinanza. A spingere verso tale richiesta sono soprattutto coloro che sono nati in Kuwait. Questo perché, a causa del proprio status di apolidi, i Bidoon hanno difficoltà a ottenere documenti civili, trovare lavoro, così come accedere all’assistenza sanitaria, all’istruzione e ad altri servizi forniti ai cittadini kuwaitiani. Di conseguenza, molti vivono in condizioni di relativa povertà e sono relegati a lavorare nel settore informale.

In tale quadro, stando a quanto riportato da al-Arab, il presidente dell’Assemblea nazionale kuwaitiana, Marzouq al-Ghanim, ha sempre parlato di una soluzione radicale e inclusiva alla questione Bidoon, ed è stato lo stesso presidente a parlare di un coordinamento a livello parlamentare e governativo per risolvere il dossier, senza influire sull’identità nazionale e nel rispetto di aspetti umanitari. Ghanim ha sottolineato il suo rifiuto di trasformare la questione in un’arena per la contrattazione politica, affermando che “l’identità nazionale e la nazionalità del Kuwait non saranno soggette ad alcuna pressione politica”.

Parallelamente, fonti parlamentari kuwaitiane hanno espresso la disponibilità delle autorità esecutive e legislative kuwaitiane a concedere ai Bidoon documenti di viaggio, facilitandone gli spostamenti e l’accesso al mondo del lavoro e a cure mediche. Il dossier sarebbe stato aperto il 12 settembre scorso all’interno dell’Assemblea nazionale, il Parlamento monocamerale del Kuwait, durante una sessione in cui sono stati presi in considerazione i diritti civili della minoranza apolide. Sino ad ora, però, non è emerso ancora nulla di concreto e si è in attesa della presentazione di un rapporto elaborato dal cosiddetto “Comitato per la nazionalità non identificata”, in cui vengono elencate una serie di raccomandazioni risultate da consultazioni con il governo. Il Comitato ha approvato tre proposte relative al miglioramento della situazione occupazionale degli insegnanti Bidoon e degli operatori sanitari che hanno fornito servizi di volontariato durante la pandemia di Coronavirus. Un’altra delle proposte al vaglio è la concessione di una residenza rinnovabile ogni 15 anni ai Bidoon “che dichiarano la propria nazionalità d’origine” e regolarizzano il proprio status. Tuttavia, più di una generazione di nati in Kuwait afferma di non avere la nazionalità di altri Paesi e finché il governo non potrà dimostrare il contrario, non potrà costringerli a dichiarare il falso. Pertanto, le aspettative su una possibile risoluzione sono ancora basse, e in molti ritengono che le proposte non vadano davvero alla radice del problema.

La riapertura del dossier Bidoon coincide con le misure promosse dal governo kuwaitiano per riformare il settore pubblico, anche attraverso la formazione di nuovi Ministeri e la fusione di altri. Inoltre, la roadmap già delineata prevede la sostituzione di alcuni Ministeri con organismi indipendenti. Tali mosse dovrebbero essere portate avanti per un periodo che si estende da uno a quattro anni, a partire dall’inizio del 2022 e fino alla fine del 2025. Una delegazione del governo kuwaitiano si prepara poi a incontrare un panel di esperti del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, il 28 e il 29 settembre, alla sede delle Nazioni Unite a Ginevra, in cui si prevede verrà presa in esame la situazione dei diritti umani in Kuwait, tra cui anche il caso Bidoon. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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