Iran: stallo sul nucleare, progressi con Riad

Pubblicato il 24 settembre 2021 alle 17:07 in Arabia Saudita Iran USA e Canada

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Mentre l’Iran ha accusato gli USA di star proseguendo con il medesimo approccio della precedente amministrazione, guidata da Donald Trump, sul dossier sul nucleare iraniano, i colloqui con l’Arabia Saudita sembrano aver registrato un “progresso significativo”.

A rivelarlo è stato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, il quale, il 23 settembre, ha riferito che tali colloqui hanno portato a risultati positivi in materia di sicurezza del Golfo. In particolare, rivolgendosi ai giornalisti a margine della 76esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in corso a New York, Khatibzadeh ha affermato che i colloqui, svoltisi a più tornate in Iraq, sono stati “buoni” e ha chiarito che, laddove verrà soddisfatta la richiesta di Teheran di risolvere le problematiche della regione all’interno della regione stessa, senza ingerenze straniere, sarà possibile stringere una relazione stabile e duratura. Il portavoce ha poi aggiunto che i contatti tra Riad e Teheran non si sono fermati negli ultimi mesi, e le due parti hanno continuato a discutere di questioni bilaterali, anche in concomitanza con l’elezione del nuovo presidente iraniano, Ebrahim Raisi.

Le parole del portavoce iraniano sono giunte dopo che, il 23 settembre, in un messaggio registrato, rivolto anch’esso all’Assemblea generale, il monarca dell’Arabia Saudita, il re Salman bin Abdulaziz al-Saud, ha espresso la speranza che i colloqui diretti del Regno con l’Iran riescano a ristabilire fiducia tra le parti, attraverso risultati tangibili, così da aprire la strada verso il raggiungimento delle aspirazioni dei popoli della regione. Ad ogni modo, per re Salman, le rinnovate relazioni dovranno essere basate sul rispetto della sovranità nazionale di entrambe, e Teheran è stata esortata a porre fine al proprio sostegno ai gruppi armati attivi nella regione mediorientale, con particolare riferimento ai ribelli sciiti in Yemen, autori di molteplici attacchi, perlopiù sventati, contro i territori sauditi. Inoltre, Riad ha ribadito il proprio sostegno agli sforzi profusi a livello internazionale per impedire all’Iran di acquisire armi nucleari.

Le parole di Khatibzadeh e re Salman sono giunte a mesi di distanza dai primi segnali che hanno fatto presagire un riavvicinamento tra due Paesi nemici, Iran e Arabia Saudita. In particolare, il 18 aprile, il Financial Times aveva diffuso la notizia, poi confermata dal presidente iracheno Barham Salih, di colloqui tra alti funzionari iraniani e sauditi, presumibilmente svoltisi il 9 aprile a Baghdad, e che, secondo un alto funzionario iraniano e due fonti regionali, avevano l’obiettivo di allentare le tensioni tra Riad e Teheran. In tale quadro si inseriscono altresì le dichiarazioni del principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, che, nel corso di un’intervista televisiva del 27 aprile, trasmessa da al-Arabiya, ha mostrato toni “conciliatori” nel parlare della posizione del proprio Paese nei confronti dell’Iran, affermando di essere alla ricerca di “buone relazioni”. Poi, il 10 maggio, Khatibzadeh ha affermato che il proprio Paese era impegnato in colloqui con il suo rivale regionale, l’Arabia Saudita, ma che era troppo presto per parlare dei risultati, così come dei dettagli delle negoziazioni. Ad ogni modo, Teheran si è detta disposta a dialogare apertamente con Riad.

Non è stato registrato alcun progresso, invece, sul dossier sul nucleare iraniano. Al momento, si è in attesa di una possibile ripresa dei negoziati, interrotti il 17 luglio, alla luce del “periodo di transizione” vissuto da Teheran con l’elezione di un nuovo presidente, Raisi. Mentre Washington sembra stare già elaborando un piano alternativo, nel caso in cui Teheran decida di non ritornare al tavolo delle negoziazioni, l’Iran ha lanciato nuove accuse. In particolare, il ministro degli Esteri, Hossein Amir Abdollahian, in un’intervista televisiva rilasciata a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha affermato che il suo Paese “è pronto a tornare presto ai negoziati per rilanciare l’accordo sul nucleare, ma l’amministrazione statunitense ha inviato segnali negativi, mantenendo le sanzioni già in vigore contro l’Iran e imponendone di nuove”. Alla luce di ciò, il ministro ha invitato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, a “fare passi concreti per dimostrare che Washington è seriamente intenzionata a rilanciare l’accordo sul nucleare” firmato nel 2015. Le parole di Abdollahian hanno fatto seguito a quelle del segretario di Stato degli USA, Antony Blinken, il quale si è detto rammaricato per il fatto che l’Iran non abbia rilasciato “alcuna indicazione”, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, sulla data del suo ritorno al tavolo dei negoziati. Washington, ha poi specificato Blinken, desidera intraprendere la strada della diplomazia, convinta che ritornare all’accordo sia la chiave per risolvere preoccupazioni che accomunano diversi Paesi. Al momento, però, non è chiaro se e quando l’Iran sarà disposta a dialogare di nuovo.

I colloqui di Vienna avevano avuto inizio il 6 aprile e, nonostante l’ottimismo espresso da più parti nel corso dei successivi round, non hanno portato ad alcun risvolto. Ai meeting hanno partecipato, all’interno di una “Commissione mista”, delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Anche una delegazione degli USA si è recata a Vienna, ma non ha preso parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, sono stati gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

Il presidente degli Stati Uniti, Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Le figure politiche di spicco dell’Iran concordano, invece, sul fatto che Teheran debba cercare di porre fine al regime di sanzioni statunitensi. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna ha aspettato che fosse l’altra ad agire per prima.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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