Libia: anche il presidente del Parlamento si dimette

Pubblicato il 22 settembre 2021 alle 16:00 in Africa Libia

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A poche ore dall’annuncio del voto di sfiducia al governo a guida Dabaiba, il presidente del Parlamento libico, Aguila Saleh, si è dimesso. L’obiettivo, in tal caso, è far sì che possa candidarsi alla carica di presidente alle elezioni calendarizzate per il 24 dicembre prossimo.

A diffondere la notizia è stato il quotidiano al-Arabiya, il 22 settembre, riportando le dichiarazioni di un deputato libico, Saleh Afhima, il quale ha spiegato le motivazioni che avrebbero portato a una mossa simile. Tuttavia, sino ad ora, non vi è stato ancora alcun annuncio ufficiale. Come chiarito dal parlamentare, già nel corso della sessione della Camera dei Rappresentanti del 21 settembre, Aguila Saleh ha riferito che sarebbe stato l’ultimo incontro da lui presieduto, decidendo di auto-sospendersi in previsione delle elezioni di dicembre. Questo perché un articolo della legge proposta per elezioni presidenziali, approvata e firmata dallo stesso presidente il 9 settembre scorso, prevede che qualsiasi militare o civile potrà candidarsi alla carica di presidente, “a condizione che smetta di lavorare ed esercitare le sue funzioni tre mesi prima della data delle elezioni” e che “in caso di mancata nomina, torni al suo lavoro precedente”. Pertanto, Saleh, alla guida del Parlamento libico da sette anni, avrebbe deciso di smettere di esercitare le proprie funzioni a tre mesi dalle elezioni, con l’obiettivo di poter concorrere alla carica di futuro presidente libico.  

Era stata la medesima legge elettorale ad essere contestata dall’Alto Consiglio di Stato, l’organismo legislativo legato al precedente governo di Tripoli, il quale sostiene che in tale norma vi sarebbero condizioni volte a favorire la candidatura dell’uomo forte di Tobruk, il generale Khalifa Haftar. Il documento, ad oggi, risulta essere stato firmato solo dal presidente Saleh e non può essere considerato approvato. Ad ogni modo, secondo quanto trapelato sinora, nessuna delle condizioni proposte sembra escludere Haftar, il premier Abdulhamid Dabaiba e Saif al Islam Gheddafi, secondogenito dell’ex sovrano libico deposto, Muammar Gheddafi. Stando a quanto stabilito, inoltre, vincerà chi riuscirà ad ottenere il 50% + 1 dei voti al primo turno e, in caso contrario, vi sarà un ballottaggio tra i primi due candidati.

Le dimissioni di Saleh sono giunte il giorno successivo alla mozione di sfiducia contro il governo libico, approvata, il 21 settembre, da 89 deputati della Camera dei rappresentanti con sede a Tobruk, su un totale di 113 presenti. La mossa è stata rifiutata dall’Alto Consiglio di Stato, mentre le Nazioni Unite hanno affermato che il governo di unità nazionale è da considerarsi l’unico al momento legittimo e, pertanto, eserciterà le sue funzioni fino alla nomina di un nuovo governo. Ad ogni modo, quanto accaduto il 21 settembre è stato considerato da molti una minaccia al percorso politico intrapreso dalla Libia e al più ampio processo di pace.

Risale al 5 febbraio la nomina delle nuove autorità esecutive temporanee da parte del Forum di dialogo politico, mentre è del 10 marzo il voto di fiducia al governo ad interim, guidato da Dabaiba, composto da 29 ministri e sei ministri di Stato. Entrambe le date hanno segnato un momento “storico” per il Paese Nordafricano, che, dal 15 febbraio 2011, è stato teatro di una perdurante crisi e di una lunga guerra civile. Al momento, però, il destino delle elezioni previste per il 24 dicembre risulta essere incerto.

Nonostante ciò, 856.624 elettori si sono già registrati, mentre, stando a quanto riportato da al-Arabiya, alcune personalità note avrebbero già avviato campagne elettorali anticipate. Tra questi, l’ex ministro dell’Interno, Fathi Bashagha, che, dal mese di agosto scorso, si è mobilitato per ottenere sostegno sia dentro sia fuori i territori libici. Haftar, invece, è stato spesso visto in abiti civili in diverse occasioni pubbliche, mentre avrebbe avviato una campagna sui social con lo slogan “Continua il tuo percorso”, promuovendosi come il candidato più giusto alla presidenza libica.

Circa Seif al-Islam, in una “rara intervista” rilasciata, a luglio scorso, al New York Times in una villa a Zintan, nell’Ovest libico, ha affermato: “Ora, sono un uomo libero e mi sto preparando per ritornare sulla scena politica”. Nello specifico, il secondogenito di Gheddafi ha riferito di aver approfittato della sua assenza per monitorare la situazione in Medio Oriente, e riorganizzare, in silenzio, la forza politica affiliata al padre, nota con il nome di “Movimento Verde”. L’uomo non ha chiarito se intende o meno candidarsi alla presidenza del Paese Nord-africano, ma ha affermato che il proprio movimento sarà in grado di riportare unità in Libia, in un momento in cui la nazione risulta essere “in ginocchio”. 

Negli ultimi mesi sono state diffuse notizie anche su una possibile candidatura del figlio del generale dell’LNA, Saddam Haftar, alle elezioni del 24 dicembre 2021, dove potrebbe proporsi come capo del Consiglio presidenziale. Tali informazioni sono state rivelate da fonti anonime e riportate dal sito web statunitense Washington Free Beacon, a seguito di un incontro tra Saddam e funzionari dell’intelligence israeliana, presumibilmente svoltosi nel mese di marzo scorso. Israele, a detta della fonte, potrebbe essere a favore di una mossa simile, fiduciosa di un suo riavvicinamento con il Paese Nord-africano, mentre obiettivo di Saddam è guadagnarsi il consenso “occidentale”.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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