Yemen: che cosa succede dopo 7 anni dalla caduta di Sana’a

Pubblicato il 21 settembre 2021 alle 12:36 in Medio Oriente Yemen

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Sono trascorsi esattamente sette anni da quando, il 21 settembre 2014, i ribelli Houthi hanno preso il controllo della capitale yemenita, Sana’a, dando avvio a una guerra civile che ha provocato la peggiore crisi umanitaria a livello internazionale. Ad oggi, le tensioni dentro e fuori i territori yemeniti continuano, mentre attori internazionali, Nazioni Unite in primis, provano a convincere le parti belligeranti a raggiungere un accordo di pace.

Il 21 settembre 2014, gli Houthi, sostenuti dal precedente regime del defunto presidente Ali Abdullah Saleh, effettuarono un colpo di Stato. Nonostante l’invito al cessate il fuoco dell’allora inviato speciale dell’Onu, Jamal Benomar, i ribelli affermarono di essersi impadroniti degli uffici del primo ministro, della sede della televisione di Stato e dei centri operativi militari. Sana’a era, quindi, ufficialmente caduta nelle mani dei ribelli, i quali non avevano incontrato resistenza, probabilmente grazie ad accordi segreti tra Saleh e le forze di sicurezza yemenite, le quali avevano continuato ad intrattenere rapporti anche dopo l’uscita di scena del presidente. A quel punto, gli Houthi costrinsero il presidente riconosciuto a livello internazionale, Rabbo Mansour Hadi, a negoziare un accordo. L’obiettivo era porre un freno alla spirale di violenza, ma il patto, in realtà, determinò le dimissioni del governo, consentendo al gruppo sciita di guadagnarsi il controllo delle istituzioni statali e di ottenere maggiore influenza sull’intero sistema politico yemenita. Ciò non fu sufficiente a scongiurare un violento conflitto e, da gennaio 2015, gli eventi precipitarono. Al momento, non è possibile ancora parlare di tregua.

Nel corso del 2021, l’attenzione è stata particolarmente rivolta verso Ma’rib, ultima roccaforte delle forze filogovernative nel Nord del Paese. Qui, dalla prima settimana di febbraio 2021, i ribelli hanno lanciato una violenta offensiva, tuttora in corso, volta a conquistare una regione ricca di risorse petrolifere e che consentirebbe al gruppo sciita di completare i propri piani espansionistici nello Yemen settentrionale. Fino ad ora non sono stati registrati risultati significativi, mentre il peggioramento della situazione umanitaria desta preoccupazione a livello internazionale. La sola città di Ma’rib, capoluogo dell’omonimo governatorato, ospita il 61% degli sfollati yemeniti ed è sede del più grande accampamento del governatorato, al-Jufina. Qui risiedono circa 10.000 famiglie, ovvero oltre 75.000 individui, per la maggior parte donne e bambini.

Il 2 luglio scorso, invece, l’esercito yemenita ha avviato un’offensiva presso al-Bayda’, governatorato centro-meridionale definito il “cuore pulsante” dello Yemen. Il 20 settembre, le forze filogovernative hanno riferito di aver ottenuto nuovi risultati e di essere riuscite a respingere le milizie Houthi sul fronte di Nati’, infliggendo perdite materiali e in termini di vite umane. Tuttavia, prendere il controllo di al-Bayda’ rappresenta tuttora un test difficile per le forze affiliate al presidente Hadi, mentre, nelle ultime settimane, il gruppo sciita è riuscito a conquistare diversi distretti, tra cui al-Somaa, l’ultima roccaforte delle forze yemenite nel governatorato. L’importanza della regione è da far risalire soprattutto alla sua posizione strategica, considerato che si trova a Sud-Est della capitale Sana’a. Al-Bayda’ è poi posto al centro di otto governatorati, Ma’rib, Shabwa, Abyan, Lahj, Al-Dhale’, Ibb, Dhamar e Sana’a. Di questi, cinque sono stati già liberati dall’esercito yemenita, mentre, per conquistare gli altri tre, le forze filogovernative mirano ad occupare dapprima al-Bayda’, così da poter proseguire più facilmente verso Sana’a e Dhamar.

Nel frattempo, continuano i tentati attacchi dei ribelli contro l’Arabia Saudita. Quest’ultima è intervenuta nel conflitto yemenita il 26 marzo 2015, ponendosi a capo di una coalizione che attualmente vede ancora la partecipazione di Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain. In tale quadro, oggi, 21 settembre 2021, il portavoce dell’alleanza, il colonnello Turki al-Maliki, ha riferito che le proprie forze hanno intercettato e distrutto un drone presumibilmente lanciato dai ribelli Houthi contro Khamis Mushait, nel Sud del Regno. Il giorno prima, il 20 settembre, sono state distrutte due imbarcazioni con trappole esplosive poste al largo dell’area costiera di al-Salif. Come evidenziato dalla coalizione a guida saudita, si è trattato di un ennesimo tentativo di minacciare le rotte del commercio marittimo internazionale nel Mar Rosso meridionale e, nello specifico, presso lo stretto strategico di Bab al-Mandeb.

Oltre ad aeroporti e postazioni militari, gli Houthi hanno spesso preso di mira obiettivi “energetici”. Nel 2021, gli attacchi contro il Regno saudita si sono particolarmente intensificati a seguito dell’offensiva contro Ma’rib. Circa il 2020, in un bilancio riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, sono state decine gli attacchi denunciati da Riad che hanno interessato strutture vitali, di tipo sia economico sia militare, tra cui le infrastrutture petrolifere appartenenti alla Aramco Oil Company e l’aeroporto internazionale di Abha, considerato l’obiettivo più vicino al confine con lo Yemen. Stando a quanto specificato dal quotidiano, diversamente dagli anni precedenti, quando gli Houthi facevano uso prevalentemente di missili balistici, nel 2020 le milizie sciite sembrano aver impiegato maggiormente droni e imbarcazioni cariche di trappole esplosive. Si tratta di armi definite “qualitative”, che hanno consentito ai ribelli di effettuare operazioni a sorpresa nei porti sauditi, tra cui Jizan e Gedda.

Nel frattempo, il nuovo inviato dell’Onu, Hans Grundberg, il cui mandato ha avuto inizio il 5 settembre scorso, ha avviato negoziati, a Muscat e Riad, con gli attori coinvolti nel dossier yemenita, Houthi inclusi. Grundberg è la quarta persona ad essere scelta a capo della missione dell’Onu dal 2011, ma il suo mandato ha avuto inizio in un momento in cui il conflitto sembra essere “più infuriato che mai”. La nomina del diplomatico svedese, il cui Paese ha sponsorizzato la firma dell’accordo di cessate il fuoco a Hodeidah, siglato il 13 dicembre 2018, coincide, poi, con una fase di stallo nei negoziati volti a convincere le parti belligeranti ad accettare il piano di pace promosso dall’ex inviato, Martin Griffiths. Al momento, sono state riposte grandi speranze anche nel Sultanato dell’Oman, che, per la seconda volta nel 2021, si sta ponendo come mediatore tra gli Houthi e il governo yemenita. Il ruolo di Muscat trae vantaggio dal fatto che, oltre ad aver stretto buoni rapporti con l’Arabia Saudita, sostenitrice di Hadi, intrattiene buone relazioni anche con l’Iran, alleato dei ribelli.

Il fine ultimo degli sforzi profusi a livello internazionale è convincere le parti belligeranti a siglare la “dichiarazione congiunta” già promossa da Griffiths nel corso del suo mandato, a novembre 2020. Questa prevede la cessazione delle ostilità in tutti i territori yemeniti e l’interruzione di qualsiasi operazione terrestre, marittima o via aerea. Parallelamente, gli Houthi dovrebbero impegnarsi a porre fine a qualsiasi offensiva diretta contro il Regno saudita e gli altri Paesi membri della coalizione internazionale. Gli altri punti riguardano l’implementazione di misure umanitarie ed economiche urgenti per alleviare le sofferenze del popolo yemenita e affrontare i pericoli legati alla pandemia, oltre a libertà di movimento, riapertura di strade e aeroporti, libera circolazione di merci e servizi umanitari e commerciali, rafforzamento della fiducia tra le parti e la creazione di un ambiente favorevole alla ripresa delle consultazioni politiche.

 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.