Libia: il Parlamento ritira la fiducia al governo Dabaiba

Pubblicato il 21 settembre 2021 alle 14:27 in Africa Libia

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Il Parlamento libico con sede a Tobruk, oggi, 21 settembre, si è espresso a favore del ritiro della fiducia al governo di unità nazionale ad interim, guidato dal premier Abdulhamid Dabaiba.

La notizia è stata riportata dal portavoce dell’organismo legislativo, Abdullah Bilhaq, il quale ha specificato che 89 deputati, su un totale di 113 presenti, ha votato a favore della revoca della fiducia. Il governo, ha aggiunto il portavoce, continuerà a esercitare le proprie funzioni, in qualità di “custode”, fino alla formazione di un nuovo esecutivo. Il risultato di oggi è giunto a margine di una sessione che ha avuto inizio il 20 settembre, volta ad esaminare la richiesta di revoca della fiducia all’esecutivo avanzata da 45 membri della Camera dei rappresentanti libica, il 13 settembre. Dopo la prima giornata di discussioni, è stato stabilito di formare “una commissione per indagare su accordi, incarichi e decisioni prese dal governo in una serie di dossier”, e di presentare i risultati delle indagini entro due settimane. 

In realtà, nell’ultimo mese, la squadra governativa libica è stata più volte messa in discussione, seppur senza mai giungere a una conclusione. Già il 25 agosto, 29 deputati libici, provenienti dalla Cirenaica, avevano chiesto di revocare la fiducia al governo di unità nazionale. I parlamentari hanno accusato il governo di non fornire alla popolazione i servizi di base di cui necessitano, agendo sulla base del principio della “punizione e della sconfitta”, considerato che la regione orientale è stata a lungo controllata dall’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, avversario dell’esercito tripolino nel corso del decennale conflitto. Ciò ha portato alla sessione dell’8 settembre, che ha visto Dabaiba e la propria squadra sottoposti a interrogazione da parte della Camera dei Rappresentanti.

Prima ancora, il 18 agosto, 11 deputati avevano firmato una dichiarazione indirizzata al presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, in cui era stato chiesto di revocare la fiducia al governo di unità guidato da Dabaiba, a causa “del suo continuo spreco di denaro pubblico” al di fuori del Paese e della “mancata attuazione degli impegni”, con particolare riferimento al “miglioramento dei servizi pubblici all’interno della Libia”. Miliardi di dinari sarebbero stati spesi soprattutto in Tunisia e Turchia, mentre la situazione all’interno della Libia è in continuo deterioramento. Al contempo, l’esecutivo è stato accusato di ingerenza in affari di carattere militare e di aver ostacolato gli sforzi profusi dal Comitato militare congiunto 5+5. Tutto ciò, secondo i deputati, ha acuito le divergenze tra i cittadini libici, seminando odio fra loro.

Presentatosi, l’8 settembre, dinanzi alla Camera dei Rappresentanti, Dabaiba ha ribadito il proprio rispetto per le istituzioni libiche e il Parlamento, definendo l’organismo con sede a Tobruk “l’autorità suprema”. Tuttavia, il premier ha criticato la medesima Camera, ritenendola responsabile del ritardo nella realizzazione dei progetti di sviluppo delineati dal governo, vista la mancata approvazione del bilancio unificato. L’esecutivo libico, ha spiegato Dabaiba, necessita di un bilancio per avviare i lavori di ricostruzione e i progetti infrastrutturali, riguardanti altresì strade, ospedali ed elettricità. Il primo ministro ha poi chiarito che quanto speso sinora è stato indirizzato a spese straordinarie di emergenza. Nello specifico, sono stati destinati 700 milioni al Ministero dell’Interno, 1,2 miliardi al Ministero della Salute, 50 milioni ai centri medici, 150 milioni al Ministero dei trasporti, 250 milioni al Ministero degli enti locali, 100 milioni ad altri portafogli e 500 milioni per i Fondi di Solidarietà Sociale.

La notizia del 21 settembre è giunta dopo che, il 20 settembre, il capo dell’Alto Consiglio di Stato, Khaled al-Mishri, ha proposto di posticipare le elezioni presidenziali, attualmente calendarizzate per il 24 dicembre, e di tenere prima un referendum costituzionale. Questo perché, secondo al-Mishri, eleggere un nuovo presidente libico in base alle condizioni attuali non porterebbe stabilità. Ad essere contestata è soprattutto una clausola della legge approvata dalla Camera dei Rappresentanti, che consente anche a soldati e ufficiali militari di candidarsi alla carica di capo di Stato. Seppur concorde con l’elezione del futuro presidente da parte del popolo, il capo dell’Alto Consiglio di Stato teme che le altre condizioni stabilite dai deputati libici possano portare alla nomina di un nuovo dittatore e, di conseguenza, a una nuova fase di instabilità.

Tali dissidi, sia sul governo sia sulle elezioni, rischiano di rallentare il processo di transizione democratica avviato a seguito della firma dell’accordo di cessate il fuoco, siglato a Ginevra il 23 ottobre 2020, nel quadro del Comitato militare congiunto 5+5. Quest’ultimo è un organismo composto da delegati di entrambe le parti belligeranti, l’esercito legato al governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA) e l’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Risale al 5 febbraio la nomina delle nuove autorità esecutive temporanee da parte del Forum di dialogo politico, mentre è del 10 marzo il voto di fiducia al governo ad interim, guidato da Dabaiba, composto da 29 ministri e sei ministri di stato. Entrambe le date hanno segnato un momento “storico” per il Paese Nordafricano, che, dal 15 febbraio 2011, è stato teatro di una perdurante crisi e di una lunga guerra civile. Pertanto, garantire le elezioni di dicembre significa consentire alla popolazione libica di eleggere democraticamente nuove autorità e provare a raggiungere una pace a lungo termine.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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