Yemen: l’inviato dell’Onu si prepara a incontrare gli Houthi

Pubblicato il 20 settembre 2021 alle 11:19 in Oman Yemen

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L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Hans Grundberg, è a Muscat, oggi, 20 settembre, nel quadro di una missione volta a discutere della crisi yemenita con gli attori coinvolti, Houthi inclusi. Intanto, sono giunte condanne a livello internazionale per l’esecuzione di 9 uomini a Sana’a, giustiziati dai ribelli sciiti il 18 settembre.

Grundberg e l’inviato speciale degli Usa in Yemen, Timothy Lenderking, si sono già recati a Riad, dal 15 al 17 settembre, dove hanno tenuto colloqui con il presidente dello Yemen, Rabbo Mansour Hadi, tuttora esiliato in Arabia Saudita, e altri rappresentanti del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, tra cui il premier, Maeen Abdul Malik, e il ministro degli Esteri, Ahmed bin Mubarak. Il 19 settembre, invece, i due inviati si sono recati nel Sultanato dell’Oman, dove si prevede incontreranno il gruppo sciita, il quale considera tale Paese del Golfo il “fulcro” delle proprie relazioni estere. Grundberg e Lenderking hanno già incontrato, separatamente, alcuni funzionari omaniti, tra cui il ministro degli Esteri Sayyid Badr Hamad al-Busaidi, per discutere degli ultimi sviluppi nell’arena yemenita e degli sforzi da profondere per portare pace e facilitare l’invio di aiuti umanitari in Yemen. A tal proposito, è stata evidenziata la necessità di intraprendere un processo politico che risponda alle aspirazioni della popolazione yemenita riguardanti sicurezza, stabilità, unità nazionale e ricostruzione.

Nel corso del 2021, Muscat ha provato più volte a porsi come mediatrice tra le parti coinvolte nel dossier yemenita, nel tentativo di convincere i ribelli Houthi ad accettare il piano di pace proposto dall’ex inviato dell’Onu in Yemen, Martin Griffiths. In tale quadro, risale al 5 giugno scorso la visita di una delegazione omanita nella capitale Sanaa, tuttora controllata dal gruppo sciita, volta anch’essa a persuadere il gruppo sciita a trovare un compromesso per porre fine alle perduranti violenze. Il 6 settembre, invece, il ministro dell’ufficio reale del Sultanato dell’Oman, Sultan bin Mohammed al Nu’amani, ha tenuto colloqui con l’ambasciatore yemenita a Muscat, Khalid bin Saleh bin Shatif. Sebbene gli sforzi omaniti non abbiano portato ad alcun risultato tangibile, Washington sembra scommettere ancora sul Sultanato, nella speranza che riesca a convincere gli Houthi a porre fine alle proprie offensive e a sedersi al tavolo dei negoziati.

Grundberg, dal canto suo, così come evidenziato a margine della sua visita a Riad, è intenzionato ad ascoltare tutte le parti legate alla crisi yemenita, avviando discussioni serie che possano portare a una soluzione politica inclusiva. “Ho ascoltato le priorità del governo”, ha affermato l’inviato a margine della sua visita a Riad, aggiungendo di aver discusso con i rappresentanti del governo delle sfide attuali e delle mosse future da intraprendere. Tuttavia, per Grundberg è necessario che tutti gli attori si impegnino “con buona volontà” per far sì che gli sforzi profusi dall’Onu diano esiti positivi concreti. Lo stesso inviato, nel suo primo briefing alle Nazioni Unite, il 10 settembre, aveva dichiarato che lo Yemen, la nazione più povera del mondo arabo, “è bloccata in uno stato di guerra permanente”. Per il diplomatico svedese, non sarà semplice riprendere i negoziati di pace e, in generale, la sua missione è complessa. Tuttavia, Grundberg si è impegnato a incoraggiare una soluzione politica, sottolineando l’importanza di riprendere i colloqui tra le parti impegnate nella crisi yemenita.

Grundberg è la quarta persona ad essere scelta a capo della missione dell’Onu dal 2011, ma il suo mandato ha inizio in un momento in cui il conflitto sembra essere “più infuriato che mai”. La nomina del diplomatico svedese, il cui Paese ha sponsorizzato la firma dell’accordo di cessate il fuoco a Hodeidah, coincide, poi, con una fase di stallo nei negoziati volti a convincere le parti belligeranti ad accettare il piano di pace promosso dall’ex inviato. Motivo per cui, alcuni circoli politici yemeniti filogovernativi ritengono che, per giungere a una risoluzione del conflitto, gli Stati Uniti debbano adottare un approccio più severo, costringendo gli Houthi ad impegnarsi nel processo di pace. Tale considerazione è giunta alla luce della “intransigenza” mostrata dai ribelli, i quali si sono detti intenzionati a proseguire con le proprie offensive, compresa quella a Ma’rib, fino a quando le proprie richieste non verranno soddisfatte.

Tra gli ultimi episodi condannati a livello internazionale vi è l’esecuzione a Sana’a del 18 settembre, che ha visto coinvolti 9 uomini accusati di essere coinvolti nella morte, avvenuta il 19 aprile del 2018, di Saleh al-Sammad, l’allora il principale leader civile del gruppo armato sciita. A tal proposito, il Regno Unito, attraverso un comunicato della propria ambasciata in Yemen, ha condannato quanto accaduto, definendolo una prova del “disprezzo per la dignità umana” da parte dei ribelli. Anche per gli Usa si è trattato di una “atrocità”. Parallelamente, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto profondamente rammaricato e ha ribadito la propria opposizione alla pena di morte. Inoltre, nel suo messaggio del 19 settembre, il Segretario dell’Onu ha anch’egli esortato le parti yemenite a porre fine alle violenze e a impegnarsi, accanto all’organizzazione internazionale, in un dialogo politico volto a trovare una risoluzione pacifica negoziata.

Il conflitto civile in Yemen ha avuto inizio a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014, e vede contrapporsi i ribelli sciiti, sostenuti da Teheran, e le forze legate al governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale, legato al presidente Hadi. Dal 26 marzo 2015, l’esercito filogovernativo è coadiuvato da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita, formata anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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