Giordania: una visita insolita del ministro della Difesa di Damasco

Pubblicato il 20 settembre 2021 alle 12:27 in Giordania Siria

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Per la prima volta negli ultimi dieci anni, il ministro della Difesa siriano, Ali Ayoub, si è recato in visita in Giordania, il 19 settembre, dove ha tenuto colloqui con il capo dell’esercito del Regno hashemita, il generale Yousef Huneiti. L’obiettivo è stato rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza ai confini, in modo da rispondere agli interessi di entrambi i Paesi.

Durante l’incontro, Damasco e Amman hanno discusso di una serie di questioni di mutuo interesse, tra cui la situazione nel Sud della Siria, in riferimento alle recenti tensioni nel governatorato di Daraa, la lotta al terrorismo e gli sforzi congiunti da profondere per far fronte a fenomeni di contrabbando, soprattutto di sostanze stupefacenti. A tal proposito, la parte giordana sostiene che il traffico illegale di droga sia particolarmente favorito dal gruppo sciita Hezbollah, il quale avrebbe rafforzato la propria presenza a Quneitra, nel Sud-Ovest della Siria. L’organizzazione libanese, da parte sua, ha smentito le accuse dell’Occidente circa la presenza di un traffico di droga multimiliardario, che, partendo dai territori siriani, raggiungerebbe il Golfo, passando per la Giordania.

Quella del 19 settembre è stata la prima visita di Ayoub in Giordania dallo scoppio della guerra civile siriana, il cui inizio risale al 15 marzo 2011. Le relazioni tra Siria e Giordania si sono deteriorate proprio a causa del conflitto, a cui il Regno hashemita ha più volte rivolto lo sguardo, invitando il presidente siriano, Bashar al-Assad, a riportare la tregua nel Paese. In tale quadro, nel 2014, è stato chiesto all’ex ambasciatore siriano ad Amman, Bahjat Suleiman, di lasciare il Regno, in seguito a dichiarazioni considerate un’ingerenza negli affari interni della Giordania. Ad ogni modo, l’incontro di domenica si è svolto in concomitanza con la progressiva de-escalation a Daraa, che, dal primo settembre scorso, ha consentito alle forze affiliate ad Assad, di ristabilirsi in una regione dove, a partire dal 2018, non aveva ancora dispiegato proprie truppe, facendo affidamento soltanto su alleati locali. Ciò ha suscitato le preoccupazioni del Regno hashemita, il quale teme che, accanto alle forze damascene, possano insediarsi anche i gruppi sciiti affiliati e sostenuti da Teheran.

L’area di Daraa è nota per essere stata la culla della rivoluzione in Siria, dove alcuni giovani ribelli scrissero su un muro uno dei primi slogan antiregime, tra cui “È il tuo turno, dottore”, con riferimento al presidente siriano Assad. Risale al mese di luglio 2017 l’accordo per il cessate il fuoco a Daraa, Quneitra e Suweida, in cui parteciparono anche Stati Uniti, Russia e Giordania. Combattenti e famiglie locali hanno poi evacuato l’area nel mese di luglio 2018, dopo settimane di violenti bombardamenti, seguiti da un accordo di resa con il regime siriano e la Russia. Con l’accordo del 2017, Mosca aveva garantito a Israele, Giordania e Stati Uniti che avrebbe impedito alle fazioni armate sostenute dall’Iran di espandere la loro influenza in un’area anche adiacente alle alture del Golan siriane occupate da Israele. Prima di allora, Amman aveva prestato sostegno ai gruppi di opposizione, ma, dopo che l’esercito damasceno ha preso il controllo di Daraa, ha provato a riallacciare relazioni anche con Damasco, considerata altresì la riapertura del valico di Nassib.

Al contempo, la Giordania condivide con la Siria un confine che si estende per più di 370 chilometri. Motivo per cui, sin dallo scoppio della guerra civile, i cittadini siriani fuggiti dal conflitto si sono rifugiati nel Regno hashemita e la questione dei richiedenti asilo ha costituito una sfida per Amman, in quanto Paese non particolarmente ricco di risorse naturali, in cui il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 18,5% nel 2020. Nonostante ciò, secondo cifre Onu, la Giordania ospita circa 655.000 tra uomini, donne e bambini richiedenti asilo. L’80% dei rifugiati siriani vive al di fuori degli accampamenti, mentre altri si trovano nei campi di Za’atari e Azraq. Sebbene Amman non sia tra i firmatari della Convenzione di Ginevra del 1951, riguardante lo statuto dei rifugiati, e quindi non ha l’obbligo di registrarli come richiedenti asilo, il Regno ha firmato la Convenzione contro la tortura del 1984 e non può mandar via coloro che si rifugiano nel suo territorio, se nel loro Paese persiste il rischio che vengano torturati.

Alla luce di ciò, giornalisti e analisti ritengono che la visita di Ayoub del 19 settembre sia rilevante per diversi motivi, ma soprattutto perché si inserisce nel tentativo di Amman di riaprirsi a Damasco e riportare il dossier siriano al tavolo dei negoziati a livello sia arabo sia internazionale. A tal proposito, l’obiettivo del Regno hashemita potrebbe essere guadagnarsi un ruolo nelle operazioni di ricostruzione nella Siria meridionale e centrale, vedendo impegnate proprie aziende e organizzazioni. Ad ogni modo, secondo gli analisti, la parte giordana desidera garantirsi la sicurezza della strada internazionale Amman-Damasco per rilanciare le attività commerciali, e, pertanto, si sta adoperando per tenere le milizie filoiraniane lontane dai confini. In tale quadro si colloca, poi, l’accordo dell’8 settembre scorso raggiunto da Giordania, Siria, Libano ed Egitto, con cui i quattro firmatari si sono detti concordi a fornire gas naturale egiziano a Beirut attraverso gasdotti giordani e siriani, in base a un piano di manutenzione e un calendario precisi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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