Libano: tra possibili sanzioni europee e mandati di arresto

Pubblicato il 17 settembre 2021 alle 11:07 in Libano Medio Oriente

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La Magistratura libanese ha emesso un mandato di arresto per un ex ministro dei Trasporti e dei Lavori Pubblici, Youssef Fenianos, accusato di “presunto dolo, negligenza e cattiva condotta” in relazione all’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha devastato il porto di Beirut. Parallelamente, il Parlamento dell’Unione Europea ha approvato una risoluzione con cui sono state richieste sanzioni contro funzionari libanesi accusati di corruzione e di ostacolare le indagini sul medesimo incidente.

In particolare, il giudice istruttore della Corte di giustizia, Tarek Bitar, incaricato delle indagini sull’esplosione del 4 agosto, ha emesso, nella mattina del 16 settembre, un mandato di arresto in contumacia nei confronti di Fenianos, dopo che questo si è rifiutato di essere interrogato, secondo quanto riferito da fonti giudiziarie libanesi. L’interrogatorio era previsto inizialmente per il 6 settembre, ma era stato successivamente rinviato al 16 settembre, sulla base di due ricorsi presentati dall’avvocato dell’ex ministro, a loro volta legati a presunti vizi formali della richiesta di interrogatorio. Dopo che Fenianos non si è presentato neanche all’interrogatorio di giovedì, Bitar ha emesso il mandato di arresto.

La decisione è giunta dopo che, il 15 settembre, 145 organizzazioni libanesi e internazionali per i diritti umani, oltre a sopravvissuti e famiglie delle vittime hanno invitato il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a istituire una missione di indagine internazionale indipendente e imparziale, vista la incapacità mostrata dalle autorità locali. I leader politici libanesi sono stati accusati di esercitare pressioni e “mettere in discussione l’imparzialità” di Bitar, accusandolo di essere “politicizzato”. Il tutto sarebbe indice di una “cultura dell’impunità” che da tempo caratterizza il Paese. Scopo di un’indagine internazionale, è stato specificato, è garantire giustizia e liberà, oltre che il diritto alla libertà di espressione.

In tale quadro, il 16 settembre, 571 membri del Parlamento europeo, su un totlae di 681, hanno avallato una risoluzione che condanna i partiti politici libanesi per la devastante crisi economica del Paese, i quali hanno altresì rallentato gli sforzi volti a una possibile ripresa. La risoluzione, incoraggiata dal deputato Christophe Grudler, del blocco Renew Europe, ha esortato l’Unione Europea a esercitare pressione sui leader politici libanesi. “Sappiamo chi è responsabile della crisi politica ed economica: tutte le fazioni, la maggior parte dei Ministeri e molti parlamentari corrotti”, ha dichiarato Grudler, aggiungendo. “Stiamo scrivendo nero su bianco ciò che tutti in Libano già sanno”. “La risoluzione va a sostegno del popolo libanese che sta soffrendo di una crisi senza precedenti” ha poi spiegato Grudler, facendo riferimento al deterioramento della condizioni di vita, alla svalutazione della moneta locale, all’aumento dei prezzi, alla crisi di carburante ed elettricità e al fatto che circa l’85% dei libanesi ha raggiunto la soglia di povertà. 

La risoluzione ha condannato il rifiuto di un piano di salvataggio approvato dall’Fondo Monetario Internazionale, presentato dal precedente governo libanese. Per i deputati europei, i legislatori e i leader politici libanesi hanno respinto il piano per preservare gli interessi delle banche libanesi, mentre hanno altresì ostacolato la revisione dei conti della Banca centrale libanese in un momento in cui il suo governatore, Riad Salameh, è indagato da Francia e Svizzera per riciclaggio di denaro. Non da ultimo, la risoluzione ha criticato i funzionari libanesi per aver ostacolato le indagini sull’esplosione del porto di Beirut e ha fatto eco agli appelli dei gruppi internazionali per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International, e delle famiglie di alcune vittime, per l’istituzione di una missione conoscitiva internazionale e indipendente.

Finora, 25 persone sono state detenute in relazione all’esplosione del 4 agosto 2020, perlopiù lavoratori e funzionari portuali di livello inferiore e medio. Tredici sono stati rilasciati, mentre il responsabile doganale, Badri Daher, e il capo dell’autorità portuale di Beirut, Hasan Kraytem, sono ancora detenuti. In tale quadro, il ministro dell’Interno custode, Mohamad Fahmy, non ha concesso l’autorizzazione a perseguire il capo dell’agenzia di Sicurezza Generale, il maggiore generale Abbas Ibrahim, così come richiesto dal giudice responsabile del caso, Bitar. È stato quest’ultimo a chiedere, il 2 luglio, di annullare l’immunità anche per l’ex ministro delle Finanze, Ali Hasan Khalil, l’ex ministro per i Lavori pubblici, Ghazi Zaiter, e l’ex ministro dell’Interno, Nohad Machnouk. Questi, a detta di Bitar, potrebbero essere accusati di negligenza e possibile tentato omicidio e, pertanto, è stato richiesto di sottoporli a interrogatori. Tuttavia, l’8 luglio, alcuni deputati libanesi hanno chiesto maggiori prove prima di revocare l’immunità e consentire di interrogare i funzionari governativi e, ad oggi, 17 settembre, questi non sono stati ancora sottoposti a interrogatorio.

A un anno di distanza dall’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha devastato il porto di Beirut, Human Rights Watch, un’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ha pubblicato un rapporto, in cui punta il dito contro alti funzionari politici e della sicurezza libanesi. Il rapporto, di 127 pagine, è stato intitolato: “Ci hanno ucciso dall’interno”, con riferimento alle autorità del Libano, ritenute essere responsabili della presenza di quasi 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio presso il porto della capitale, la cui esplosione ha provocato 218 morti, circa 7.000 feriti e oltre 300.000 sfollati. 

Nel mirino di HRW vi sono i funzionari del Ministero dei Lavori Pubblici e dei Trasporti, i quali sono stati avvertiti del pericolo, ma non sono riusciti a comunicarlo correttamente alla magistratura o ad indagare adeguatamente sulla potenziale natura esplosiva del carico della nave attraccata nel 2013. Questi hanno poi immagazzinato consapevolmente il nitrato di ammonio, insieme ad altri materiali infiammabili o esplosivi, per quasi sei anni, in un hangar scarsamente protetto e poco ventilato, in un’area commerciale e residenziale densamente popolata, contravvenendo alle linee guida internazionali per lo stoccaggio e la gestione del nitrato di ammonio. Inoltre, secondo quanto riferito, i suddetti funzionari non sono riusciti a supervisionare adeguatamente i lavori di riparazione intrapresi nell’hangar 12, che potrebbero aver innescato l’esplosione del 4 agosto 2020.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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