Iraq: raggiunto un accordo per ridurre le truppe degli USA

Pubblicato il 17 settembre 2021 alle 12:23 in Iraq USA e Canada

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Il Joint Operations Command statunitense ha annunciato, venerdì 17 settembre, di aver raggiunto un accordo con cui verrà ridotto il numero delle truppe di combattimento di Washington stanziate nelle basi di Ain al-Asad ed Erbil. Le operazioni verranno completate entro fine settembre.

La notizia è stata riferita dal Comando stesso, a margine di un incontro tra il Comitato tecnico militare iracheno, guidato dal tenente generale Abdul Amir al-Shammari, vicecomandante delle operazioni congiunte, e dalla controparte statunitense, guidata dal comandante delle forze dell’operazione Inherent Resolve, il generale maggiore John Brennan. Il meeting, è stato specificato, rientra nel quadro dei colloqui in materia di sicurezza concordati durante il dialogo strategico congiunto tra Baghdad e Washington.

A tal proposito, proprio nel corso dell’ultimo round, svoltosi il 26 luglio, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno siglato un accordo volto a chiudere formalmente la missione di combattimento statunitense in Iraq entro la fine del 2021. Come specificato da Biden, si tratta di un “cambiamento” della missione. In particolare, Washington si è detta disposta a continuare a “formare, assistere e aiutare” le forze irachene per far fronte alla minaccia terroristica, posta soprattutto dallo Stato Islamico, ma entro la fine dell’anno le truppe statunitensi non saranno più impegnate in una “missione di combattimento”, bensì queste presteranno assistenza nell’ambito della consulenza militare, dell’addestramento, del supporto logistico e dell’intelligence.

Ora, con l’accordo del 17 settembre, saranno le truppe statunitensi di combattimento stanziate ad Erbil e Ain al-Assad ad essere ridotte. Inoltre, come specificato nel comunicato del Joint Operations Command, è prevista una diminuzione anche a livello di “leadership della coalizione internazionale”, in quanto si passerà da un quartier generale guidato da un tenente generale ad un altro di dimensioni minori sotto la guida di un maggiore generale, le cui funzioni riguarderanno prevalentemente “gestione, supporto, condivisione di informazioni e consulenza”. Durante l’incontro del 17 settembre, Washington e Baghdad hanno ribadito che le forze statunitensi e della coalizione internazionale anti-ISIS sono presenti in Iraq su invito dell’Iraq stesso, al fine di coadiuvare le forze locali, nel rispetto delle leggi e norme internazionali e della sovranità irachena. Infine, le parti si sono dette concordi a tenere ulteriori incontri per definire le mosse future da intraprendere per garantire la transizione del ruolo delle forze della coalizione internazionale.

In tale quadro, poco prima dell’annuncio, il 16 settembre, un membro della commissione sicurezza e difesa del Parlamento iracheno, Badr al-Ziyadi, ha rivelato al quotidiano al-Araby al-Jadeed, che “le forze di combattimento statunitensi inizieranno a ritirarsi dall’Iraq all’inizio di ottobre, e il ritiro continuerà fino alla fine di quest’anno”. Pertanto, a detta del deputato iracheno, entro il primo gennaio 2022 in Iraq non vi sarà più alcun membro delle forze da combattimento statunitensi, e, oltre alle truppe, verranno ritirati anche equipaggiamento ed elicotteri militari. A detta di al-Ziyadi, Iraq e USA hanno siglato accordi che consentiranno a Washington di prestare comunque assistenza in caso di necessità e gli aerei della coalizione internazionale continueranno ad effettuare voli all’interno dei confini iracheni. Non da ultimo, i due Paesi continueranno a coordinarsi per addestrare e sviluppare le capacità delle forze irachene.

Attualmente, sono circa 2.500 i soldati americani stanziati in Iraq, la cui missione consiste soprattutto nel fronteggiare le cellule dello Stato Islamico tuttora attive nella regione. L’operazione Inherent Resolve, la missione militare statunitense contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, era stata avviata il 15 giugno 2014, dopo la richiesta ufficiale di sostegno avanzata dal governo iracheno. Questa era iniziata come un supporto militare alle forze curde che combattono l’ISIS, ma, in seguito, si è espansa, includendo altresì altre missioni mirate a mantenere la pace tra le forze del governo siriano e i gruppi di opposizione siriani e ad aiutare nella ricostruzione del Paese. Dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS in Siria, annunciata dalla Russia il 7 dicembre 2017, e in Iraq il 9 dicembre 2017 dall’ex primo ministro Haider Al-Abadi, il 30 marzo, l’allora capo della Casa Bianca, Donald Trump, aveva annunciato che avrebbe richiamato in patria molto presto i circa 2.000 soldati dispiegati dagli Stati Uniti nella Siria orientale e che avrebbe congelato gli oltre 200 milioni di dollari stanziati per le spese militari e logistiche americane nel Paese mediorientale. 

A differenza della decisione di Biden di ritirare tutte le truppe degli USA dall’Afghanistan, la fine della missione di combattimento in Iraq arriva su sollecitazione degli iracheni stessi, i quali temono che il proprio Paese possa divenire un terreno di scontro tra Washington e Teheran. Dall’inizio del 2021, hanno avuto luogo più di 40 attacchi contro obiettivi statunitensi nel territorio iracheno, tra cui anche contro le basi di Erbil e Ain al-Asad. In realtà, è da ottobre 2019 che le basi e le strutture statunitensi in Iraq sono state oggetto di attacchi, il che ha portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, tra cui le Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. L’apice delle tensioni è stato raggiunto con la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vicecomandante delle Forze di mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio 2020 a seguito di un raid ordinato da Trump contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Gli eventi di dicembre 2019 e gennaio 2020 erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio 2020, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Tuttavia, il 30 gennaio dello stesso anno, l’esercito iracheno aveva riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico erano state riavviate. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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