Yemen: stato di emergenza ad Aden, 3 manifestanti rimasti uccisi

Pubblicato il 16 settembre 2021 alle 8:36 in Medio Oriente Yemen

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È salito a 3 il numero di manifestanti rimasti uccisi nel corso delle proteste scoppiate nei territori meridionali yemeniti e, in particolare, ad Aden, capitale provvisoria dello Yemen. Di fronte alla perdurante instabilità, il Consiglio di Transizione Meridionale (STC), rappresentante dei gruppi secessionisti del Sud, ha proclamato lo stato di emergenza.

La nuova ondata di mobilitazione ha avuto inizio il 14 settembre, quando centinaia di manifestanti si sono scontrati con le forze di sicurezza nei distretti di Khour Maksour, Crater e Sheikh Othman. Il giorno successivo, il 15 settembre, le tensioni sono continuate, provocando circa 3 morti tra Aden e Mukalla, località entrambe situate nel Sud dello Yemen, e decine di feriti. Ad Aden, nelle prime ore del mattino, la situazione sembrava essere ritornata alla normalità, sebbene negozi e magazzini delle organizzazioni umanitarie fossero rimasti chiusi. Tuttavia, in serata la popolazione è scesa nuovamente in piazza a protestare, spingendo il STC a dichiarare uno stato di emergenza sia nella capitale provvisoria sia nelle altre regioni meridionali. Tra gli altri governatorati teatro di violente proteste vi sono stati anche Hadramout, Shabwa e Abyan.

Secondo quanto riferito da testimoni oculari, decine di manifestanti hanno bloccato le strade principali con pneumatici bruciati, mentre inneggiavano slogan contro il governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale, la coalizione a guida saudita e il Consiglio di Transizione Meridionale, organismo appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti (UAE) e che, di fatto, controlla ancora la capitale de iure dello Yemen. Non da ultimo, gli uffici di cambio, accusati di riciclaggio di denaro e “distruzione” della valuta locale, sono stati costretti a chiudere. Le medesime fonti hanno affermato che le forze della cosiddetta cintura di sicurezza, affiliate anch’esse ad Abu Dhabi, hanno sparato proiettili veri contro i manifestanti radunatisi nei pressi della sede della Banca centrale. Inoltre, dalla sera del 15 settembre, è stata avviata una campagna di arresti contro alcuni manifestanti, in concomitanza con l’irruzione nelle abitazioni dei cittadini da parte delle forze legate al STC.

Dal canto suo, il leader del STC, Aidarous al-Zubaidi, ha promesso di affrontare con fermezza coloro che cercano di rendere violente delle manifestazioni pacifiche, con l’obiettivo di perseguire obiettivi politici che vanno contro gli interessi della nazione. Pur non rivelando coordinate temporali specifiche per lo stato di emergenza, il leader separatista ha dato il via libera alle proprie forze per reprimere le proteste e “colpire con pugno di ferro chiunque cerchi di destabilizzare la sicurezza e creare confusione e disordini”, mentre le truppe sono state esortate a rimanere vigili e a mobilitare gli sforzi necessari per garantire i servizi pubblici essenziali per la vita dei cittadini. Per al-Zubaidi, le manifestazioni sono “parte di una cospirazione di gruppi terroristici ed estremisti”, da considerarsi non meno pericolosi dei ribelli sciiti Houthi. Anche ad Hadhramaut, il governatore Faraj Al-Bahsani ha rivolto un appello alla popolazione, nel tentativo di placare la rabbia dei manifestanti, a cui ha promesso stabilità attraverso la realizzazione di alcuni progetti. Questi sarebbero stati delineati sulla base di un accordo con la Banca Mondiale, la quale avrebbe promesso ad Hadramout un prestito per costruire una nuova centrale elettrica.

Ciò che alimenta il malcontento popolare sono le condizioni di vita, sociali e di sicurezza sempre più precarie, già deteriorate a causa del perdurante conflitto e ulteriormente esacerbate dalla diffusione della pandemia di Covid-19. Non da ultimo, si sono aggiunti frequenti blackout, durante i quali a un’ora di corretto funzionamento dell’elettricità hanno spesso fatto seguito 15 ore di interruzione.

Una situazione simile rischia di mettere a repentaglio l’accordo di Riad, siglato il 5 novembre 2019 dal STC e dal governo yemenita. L’obiettivo è stato porre fine alle tensioni tra le due parti, scoppiate a partire dal 7 agosto dello stesso anno, ed evitare un ulteriore “conflitto nel conflitto” in Yemen, scongiurando, al contempo, una spaccatura all’interno del fronte anti-Houthi, in particolare tra Riad e Abu Dhabi. Tra le diverse clausole concordate, vi è la formazione di un nuovo governo yemenita unitario, equamente suddiviso tra Nord e Sud, ufficialmente annunciato il 18 dicembre 2020. Un risultato simile è stato motivo di speranza da parte di chi credeva che ciò potesse portare alla risoluzione del più ampio conflitto yemenita. Ad oggi, però, alcune clausole non sono state ancora rispettate e le forze sia filogovernative sia del STC continuano ad occupare postazioni ad Aden, nonostante fosse stato stabilito di ridispiegarsi altrove. Tra gli episodi di tensione dell’ultimo anno si annovera quello del 16 marzo, quando gruppi di manifestanti yemeniti hanno fatto irruzione nel palazzo presidenziale di Aden. Il governo legittimo ha denunciato il caos provocato nella regione, mentre i gruppi separatisti hanno minacciato di “ribaltare la situazione”. Anche in tal caso, la mobilitazione era stata alimentata dal peggioramento delle condizioni di vita della popolazione e dall’assenza di servizi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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