USA preoccupati per i diritti umani in Egitto: ridotti gli aiuti militari

Pubblicato il 16 settembre 2021 alle 12:32 in Egitto USA e Canada

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Il Dipartimento di Stato degli USA ha notificato al Congresso che tratterrà 130 milioni, dei 300 milioni complessivi, di aiuti militari destinati all’Egitto, fino a quando il Paese Nord-africano non dimostrerà di soddisfare parametri specifici in materia di diritti umani. Come affermato dai funzionari dell’amministrazione statunitense, attualmente guidata da Joe Biden, è la prima volta che un segretario di Stato si rifiuta di fornire aiuti in via formale.

La notizia è giunta nella sera del 14 settembre, tre giorni dopo l’annuncio, da parte dell’Egitto, di una nuova strategia volta a salvaguardare i diritti umani, per la prima volta da quando Abdel Fattah al-Sisi è alla guida del Paese Nord-africano. Gli USA forniscono all’Egitto circa 1,3 miliardi di dollari in aiuti militari all’anno, ma su 300 milioni il Congresso ha posto determinate condizioni riguardanti il rispetto dei diritti umani. Da parte sua, il segretario di Stato può decidere di derogare a tali condizioni e lasciare che tutti i fondi raggiungano il Cairo, e questo è quanto effettuato dalle precedenti amministrazioni. Ora, invece, Washington invierà all’Egitto soltanto 170 milioni, i quali potranno essere impiegati solo per questioni legate alla lotta al terrorismo, alla sicurezza delle frontiere e ai programmi di non proliferazione. Nel giustificare la diminuzione degli aiuti, stando a quanto precisato dal Dipartimento, il segretario di Stato, Antony Blinken, non certificherà che il governo egiziano sta “adottando misure sostenute ed efficaci” per promuovere i diritti umani.

Di fronte alle critiche di attivisti e gruppi in difesa dei diritti umani, i quali si aspettavano che gli aiuti militari sarebbero stati del tutto revocati, il Dipartimento statunitense ha spiegato che la somma mira a garantire gli impegni presi da Egitto e USA in materia di sicurezza, fondamentale per la stabilità dell’intera regione mediorientale, oltre che degli Stati Uniti stessi. 

Al momento, da parte egiziana non è ancora giunto alcun commento ufficiale, e fonti diplomatiche egiziane hanno rivelato al quotidiano al-Araby Al-Jadeed che Il Cairo non era ancora stato ufficialmente informato della decisione. A detta delle medesime fonti, Blinken ha deciso di suddividere la somma in tal modo per far fronte alle pressioni interne all’amministrazione e trovare un compromesso tra chi richiedeva sanzioni contro il presidente egiziano al-Sisi e chi, invece, suggeriva un approccio più morbido, dispensando altresì consigli al Cairo per migliorare la propria posizione.  Tuttavia, si tratta di un compromesso che delude i rappresentanti democratici più intransigenti e i circoli attivi nella difesa dei diritti umani, i quali temono che Il Cairo possa comunque continuare a commettere violazioni.  Infine, hanno sottolineato le medesime fonti, la decisione di Washington non farà arrabbiare l’Egitto e le conseguenze saranno meno dannose rispetto a quanto ci si aspettava all’inizio del mandato di Biden.

In tale quadro, alcuni hanno evidenziato come Biden abbia talvolta criticato il presidente egiziano e il rapporto instaurato con il suo predecessore, definendolo “Il dittatore preferito di Trump”. Risale al 12 luglio 2020 un Tweet di Biden in cui il presidente aveva affermato la sua opposizione ad arresti, torture e repressioni di attivisti in Egitto, aggiungendo: “Niente più assegni in bianco per il “dittatore preferito” di Trump”. Tale affermazione era stata preceduta dalle dichiarazioni di novembre 2019, quando Biden aveva confermato che la questione dei diritti umani sarebbe stata alla base delle relazioni del suo Paese con il mondo, in caso di vittoria. “In qualità di presidente, Joe Biden riterrà l’Arabia Saudita e la Cina responsabili, così come ogni Paese che viola i diritti dei suoi cittadini”, aveva affermato nel corso di un dibattito.

Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato degli USA, del 2019, relativo alle pratiche in materia di diritti umani in Egitto, gli abusi dell’esecutivo del Cairo includevano “uccisioni illegali o arbitrarie, uccisioni extragiudiziali da parte del governo o dei suoi agenti e gruppi terroristici; sparizioni forzate; tortura; detenzione arbitraria; condizioni carcerarie dure e pericolose per la vita; detenzione di prigionieri politici; interferenza arbitraria o illegale con la privacy; gravi forme di restrizioni alla libertà di espressione, alla stampa e ad Internet, arresti o procedimenti contro giornalisti, censura, blocco di siti web; sostanziale interferenza con i diritti di riunione pacifica e libertà di associazione e leggi eccessivamente restrittive che regolano le organizzazioni della società civile; restrizioni alla partecipazione politica; violenza contro le minoranze religiose; violenza contro persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI); uso della legge per arrestare e perseguire arbitrariamente le persone LGBTI”. 

A seguito della decisione del 14 settembre, difensori di diritti umani egiziani hanno affermato che le ultime mosse, da parte sia egiziana sia statunitense, rappresentano un passo in avanti dopo anni caratterizzati da “abusi incontrollati” da parte delle autorità governative. “Due o tre anni fa, lo Stato ha respinto la nozione di diritti umani come un’assurdità assoluta”, ha affermato Negad el-Borai, un avvocato egiziano per i diritti umani, consigliere del governo nell’elaborazione della strategia nazionale per i diritti umani. “Nessun Paese rimodellerà la propria politica per paura di perdere 100 o 300 milioni di dollari, ma alla fine l’Egitto non vuole essere uno Stato canaglia e qualsiasi miglioramento nella promozione dei diritti umani potrà essere d’aiuto”.

La nuova strategia elaborata dal governo egiziano, delineata in un documento di 78 pagine, chiede riforme legali per salvaguardare i diritti civili e politici e prevede iniziative di formazione dei dipendenti statali, con l’obiettivo di infondere un senso di consapevolezza e impegno per i diritti umani all’interno delle istituzioni statali nei prossimi cinque anni. “Il 2022 è l’anno della società civile”, ha affermato, l’11 settembre scorso, al-Sisi in un discorso televisivo, sottolineando la necessità di proteggere i diritti civili e promuovere la partecipazione di tutti alla vita politica e pubblica. Il lancio dell’iniziativa è stato elogiato dai media statali per giorni, definendolo una svolta verso la costruzione di “una nuova repubblica”. Tuttavia, pochi giorni dopo il lancio della strategia per i diritti umani, Patrick Zaki, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali, una delle maggiori Ong in Egitto, è stato incriminato con l’accusa di diffusione di notizie false per aver pubblicato un articolo che accusava lo Stato di discriminare la minoranza cristiana egiziana. Dopo aver trascorso 19 mesi in custodia cautelare, la prima udienza del processo, svoltasi il 14 settembre presso il tribunale di Mansura, in Egitto, ha stabilito che il ragazzo rimarrà in carcere almeno fino alla prossima convocazione, prevista per il 28 settembre.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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