Yemen: povertà e blackout alimentano violente proteste a Sud

Pubblicato il 15 settembre 2021 alle 17:01 in Medio Oriente Yemen

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La città di Aden, capitale de iure dello Yemen, e il governatorato di Hadramawt sono stati teatro di violente proteste, il 14 settembre, alimentate da frequenti blackout e condizioni economiche sempre più precarie. Il giorno successivo, il 15 settembre, sembra essere ritornata la tregua, ma i gruppi separatisti, rappresentati dal Consiglio di Transizione Meridionale (STC), hanno esortato la popolazione a ribellarsi al governo legato al presidente Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto a livello internazionale.

In particolare, il 14 settembre, centinaia di manifestanti si sono scontrati con le forze di sicurezza nei distretti di Khour Maksour, Crater e Sheikh Othman, dove i cittadini hanno bloccato le strade, dato fuoco agli edifici governativi e bruciato le auto parcheggiate nelle strade. Stando a quanto riferito da testimoni oculari, un manifestante è stato ucciso e decine sono rimasti feriti nel corso della notte, mentre gruppi di manifestanti prendevano d’assalto il palazzo presidenziale di Maashiq, dove ha sede il governo yemenita. “Siamo scesi in strada per protestare dopo che la nostra vita è diventata impossibile” ha dichiarato un cittadino, facendo riferimento alla penuria di risorse idriche e di elettricità e a stipendi con cui non è possibile sostenere le spese quotidiane. Il governo di Hadi, da parte sua, ha affermato che le forze di sicurezza proteggeranno i manifestanti, ma non tollereranno “la distruzione di proprietà pubbliche e private”.

Negli ultimi giorni, scontri e tensioni sono stati monitorati anche in altre regioni del Sud dello Yemen, tra cui Hadramout, Shabwa e Abyan. In realtà, è da mesi che i territori meridionali yemeniti assistono a un crescente malcontento della popolazione locale, nato dal deterioramento delle condizioni economiche, sociali e di sicurezza, ulteriormente esacerbate dalla diffusione della pandemia di Covid-19. Ad aver alimentato la rabbia dei cittadini vi sono state anche le frequenti interruzioni di elettricità, durante le quali a un’ora di corretto funzionamento hanno spesso fatto seguito 15 ore di blackout. In tale quadro, il 15 settembre, gli uffici di cambio di Aden hanno annunciato uno sciopero generale, fino a data da destinarsi, riguardante enti e istituzioni del settore finanziario, in segno di protesta contro il perdurante deterioramento della situazione economica e la svalutazione della moneta locale, il riyal. Quest’ultimo ha raggiunto livelli storici, pari a 1.116 riyal rispetto al dollaro e 293 nei confronti del riyal saudita, il 15 settembre.

La crisi di elettricità, in realtà, non è una novità per lo Yemen, ma le condizioni sociali, economiche e umanitarie del Paese peggiorano di anno in anno. Aden, con una popolazione di 863.000 persone, secondo le statistiche del 2017, soffre di una grave carenza di carburante e del calo della manutenzione delle centrali elettriche statali, il che ha portato a una crisi elettrica definita cronica. Solo due turbine su cinque nell’impianto a diesel di al-Hasswa sono ancora in funzione. Queste producono fino a 50 megawatt di elettricità, in una regione in cui il deficit si aggira intorno ai 300 megawatt. Di recente, sono stati completati i lavori per una nuova centrale elettrica da 240 megawatt, ma il governo yemenita ha riferito che questa necessita di un’unità di degassificazione e dell’installazione della rete prima di essere messa in funzione. L’STC afferma che i ritardi mirano a punire le province meridionali per le richieste di indipendenza. Non da ultimo, i servizi pubblici risultano essere paralizzati, mentre scarseggiano risorse sanitarie e acqua. La disoccupazione e l’elevata inflazione hanno aggravato la situazione in un Paese in cui la maggior parte dei 29 milioni di abitanti fa affidamento sugli aiuti.

Una situazione simile rischia di mettere a repentaglio l’accordo di Riad, siglato il 5 novembre 2019 dal STC, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, e dal governo yemenita, al fine di porre fine alle tensioni tra le due parti, scoppiate a partire dal 7 agosto dello stesso anno. Scopo dell’intesa è stato evitare un ulteriore “conflitto nel conflitto” in Yemen e scongiurare una spaccatura all’interno del fronte anti-Houthi, in particolare tra Riad e Abu Dhabi. Tra le diverse clausole concordate, vi è la formazione di un nuovo governo yemenita unitario, equamente suddiviso tra Nord e Sud, ufficialmente annunciato il 18 dicembre 2020. Un risultato simile è stato motivo di speranza da parte di chi credeva che ciò potesse portare alla risoluzione del più ampio conflitto yemenita,. Ad oggi, però, alcune clausole non sono state ancora rispettate e le forze sia filogovernative sia del STC continuano ad occupare postazioni ad Aden, nonostante fosse stato stabilito di ridispiegarsi altrove.

L’instabilità nel Sud complica ulteriormente gli sforzi di pace, guidati dalle Nazioni Unite, per garantire un cessate il fuoco necessario a porre fine allla guerra civile yemenita. In tale quadro, il 15 settembre, l’inviato speciale dell’Onu, Hans Grundberg, ha intrapreso il suo primo viaggio a Riad, per incontrare il presidente Hadi e funzionari sauditi. Ad affiancarlo vi è nuovamente l’inviato degli USA, Timothy Lenderking, la cui missione include anche il Sultanato dell’Oman. Nel frattempo, nella medesima giornata, la coalizione a guida saudita ha riferito di aver intercettato e distrutto un drone, carico di esplosivi, diretto verso l’aeroporto internazionale di Abha, nel Sud-Ovest del Regno.

La guerra civile in Yemen è scoppiata a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014 e vede contrapporsi il gruppo sciita, sostenuto dall’Iran, e le forze filogovernative. La coalizione a guida saudita è intervenuta nel conflitto il 26 marzo 2015, ponendosi a fianco dell’esercito yemenita legato al presidente Hadi. L’alleanza vede la partecipazione di Emirati Arabi Uniti, Sudan, Bahrain, Kuwait, Egitto e Giordania.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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