Russia-Iran: Putin e Raisi discutono del Joint Comprehensive Plan of Action

Pubblicato il 15 settembre 2021 alle 6:36 in Iran Russia

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Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha tenuto, martedì 14 settembre, colloqui telefonici con il suo omologo iraniano, Ebrahim Raisi, per discutere delle ultime questioni della politica internazionale, tra cui il rilancio del Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA), altresì noto come accordo sul nucleare iraniano.

A riportare la notizia, il medesimo mercoledì, è stato il portale ufficiale del Cremlino. Nel corso dei colloqui, le parti hanno concordato di rafforzare le relazioni russo-iraniane, definendole di carattere “reciprocamente vantaggioso” poiché toccano una pluralità di settori. Inoltre, Raisi e Putin hanno posto l’accento sullo sviluppo dei legami commerciali e sulla cooperazione bilaterale, nonché sul JCPOA. Inoltre, i presidenti hanno discusso del lavoro nell’ambito della Shangai Cooperation Organization (SCO) e del prossimo vertice dell’ente, che si terrà, il 17 settembre a Dushanbe, capitale del Tagikistan, al quale prenderà parte anche il leader iraniano. Per quanto riguarda le questioni affrontate, sul sito del Cremlino si legge che le parti hanno concordato di continuare a tenere contatti di alto livello.

La settimana precedente, l’ambasciatore iraniano in Russia, Kazem Jalali, aveva rivelato ai giornalisti di TASS che, secondo l’agenda presidenziale, Putin e Raisi avrebbero tenuto un incontro di alto livello a margine del vertice di SCO. Tuttavia, il 14 settembre, il Cremlino ha dichiarato che il presidente russo è stato posto in autoisolamento per questioni di sicurezza. Pertanto, il suo portavoce, Dmitry Peskov, ha chiarito che, al momento, il bilaterale con Raisi è stato rimandato a data da definire.

In tale contesto, è importante ricordare il ruolo chiave svolto dallo SCO nelle relazioni multilaterali tra i vari attori presenti in Asia Centrale. Si tratta di un organismo intergovernativo fondato, il 14 giugno 2001, dai capi di Stato di sei Paesi, quali Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Questi ultimi, fatta eccezione per l’Uzbekistan, facevano già parte dello Shanghai Five, anche noto come Gruppo di Shangai. Dopo l’adesione dell’Uzbekistan, nel 2001, i membri dell’organizzazione hanno deciso di cambiarne il nome in quello attuale. Si tratta di un formato molto importante per l’Asia Centrale, soprattutto per l’analisi di questioni regionali in chiave geopolitica. Lo scopo iniziale di SCO era quello di normalizzare i conflitti territoriali tra i Paesi membri. Progressivamente, l’Organizzazione si è istituzionalizzata e ha intensificato la cooperazione tra gli Stati aderenti, andando a sfiorare non solo il campo della sicurezza, ma anche quello economico, energetico e culturale. Il piano militare e di sicurezza è quello più rilevante ed è focalizzato sulla lotta al terrorismo, all’estremismo e al separatismo.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione dell’allora presidente USA, Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Le figure politiche di spicco dell’Iran concordano, invece, sul fatto che Teheran debba cercare di porre fine al regime di sanzioni statunitensi. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna ha aspettato che fosse l’altra ad agire per prima.

In tale quadro, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi ha più volte incolpato il suo predecessore, Hassan Rouhani, del fallimento dell’accordo, negoziato ed entrato in vigore sotto la sua guida. Rouhani aveva ripetutamente promesso che sarebbe riuscito a convincere gli Stati Uniti a revocare le sanzioni prima della fine del suo mandato, ma, il 14 luglio, ha ammesso che ciò non sarebbe stato possibile, considerato che i negoziati non si sarebbero conclusi prima della fine del suo mandato.

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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