Iran: un “ultraconservatore” potrebbe guidare i negoziati sul nucleare

Pubblicato il 15 settembre 2021 alle 15:58 in Iran Medio Oriente

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Mentre si è in attesa di riprendere i colloqui sul nucleare iraniano, il Ministero degli Esteri dell’Iran ha apportato cambiamenti al proprio entourage. In particolare, il viceministro degli Esteri per gli affari politici, Abbas Araghchi, che ha guidato sei round di colloqui a Vienna, è stato sostituito da Ali Bagheri Kani, definito un “diplomatico intransigente”.

La nuova nomina è giunta il 14 settembre, a circa due mesi dall’interruzione dei colloqui ospitati a Vienna, iniziati il 6 aprile e momentaneamente sospesi il 17 luglio, alla luce del “periodo di transizione” vissuto da Teheran con l’elezione di un nuovo presidente, Ebrahim Raisi. Bagheri Kani, un “diplomatico veterano ultraconservatore” è stato scelto come sostituto di Araghchi, a sua volta definito un negoziatore chiave negli incontri con le potenze mondiali che hanno portato all’accordo del 2015, il cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA).

In realtà, anche il suo sostituto ha svolto, in passato, un ruolo nel medesimo ambito. Bagheri Kani è stato mediatore nel corso dei colloqui sul nucleare iraniano con le potenze occidentali dal 2007 al 2013, quando l’Iran era guidato da Mahmoud Ahmadinejad. Prima dell’incarico ricevuto il 14 settembre, Bagheri Kani è stato a capo del Consiglio per i diritti umani della magistratura, nomina ricevuta dall’allora capo della giustizia Raisi. In precedenza, il diplomatico ha ricoperto diversi incarichi, occupandosi di affari regionali presso il Ministero degli Esteri, dove lavora da circa 30 anni. Oltre a provenire da una famiglia influente negli oltre 40 anni di storia della Repubblica Islamica, il padre di Bagheri Kani è un ex membro dell’Assemblea clericale degli esperti, che ha il compito di nominare un successore del leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei.

Nella medesima giornata del 14 settembre, Hossein Amirabdollahian, un diplomatico “anti-occidentale” posto alla guida del Ministero degli Esteri, ha scelto Mohammad Fathali come suo vice per gli affari amministrativi e finanziari. Mehdi Safari, invece, ex ambasciatore in Cina e Russia, è il vice per la diplomazia economica. Secondo alcuni, la nomina di Safari sarebbe il riflesso della crescente inclinazione di Teheran “verso Est”.

Nel caso in cui il dossier sul nucleare venga nuovamente affidato al Ministero degli Esteri e non al Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC), Bagheri Kani, da anni oppositore dell’accordo nucleare, potrebbe diventare il nuovo capo negoziatore per Teheran. Ad ogni modo, secondo al-Jazeera, anche in caso contrario Kani potrebbe svolgere un ruolo significativo, spingendo verso una posizione più dura sulla revoca delle sanzioni imposte dagli USA a seguito del loro ritiro dal JCPOA, l’8 maggio 2018. Stando a quanto riferito, la nomina del nuovo vice per gli affari politici è stata promossa da Saeed Jalili, un altro oppositore del JCPOA e membro ultraconservatore del SNSC, candidatosi alla presidenza alle elezioni di giugno. Lo stesso Jalili aveva guidato i negoziati sul nucleare con l’Occidente dal 2007 al 2013, senza, però, giungere a risultati significativi.

I colloqui di Vienna avevano avuto inizio il 6 aprile e, nonostante l’ottimismo espresso da più parti nel corso dei successivi round, non hanno portato ad alcun risvolto. Ai meeting hanno partecipato, all’interno di una “Commissione mista”, delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Anche una delegazione degli USA si è recata a Vienna, ma non ha preso parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, sono stati gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti. 

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Le figure politiche di spicco dell’Iran concordano, invece, sul fatto che Teheran debba cercare di porre fine al regime di sanzioni statunitensi. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna ha aspettato che fosse l’altra ad agire per prima.

In tale quadro, l’ultraconservatore Ebrahim Raisi ha più volte incolpato il suo predecessore, Hassan Rouhani, del fallimento dell’accordo, negoziato ed entrato in vigore sotto la sua guida. Rouhani aveva ripetutamente promesso che sarebbe riuscito a convincere gli Stati Uniti a revocare le sanzioni prima della fine del suo mandato, ma, il 14 luglio, ha ammesso che ciò non sarebbe stato possibile, considerato che i negoziati non si sarebbero conclusi prima della fine del suo mandato. Ad ogni modo, l’ultima decisione politica in Iran spetta al leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, che ha dato il via libera sia all’accordo nucleare originale sia agli sforzi per rilanciarlo. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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