Egitto: Zaki resta in carcere, prossima udienza il 28 settembre

Pubblicato il 15 settembre 2021 alle 9:16 in Egitto Italia

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La prima udienza del processo a Patrick Zaki, svoltasi ieri, martedì 14 settembre, presso il tribunale di Mansura, in Egitto, ha stabilito che il ragazzo rimarrà in carcere almeno fino alla prossima convocazione, prevista per il 28 settembre. È durata poco più di cinque minuti la seduta in cui si è optato per l’aggiornamento del processo. Lo studente, che prima di essere arrestato frequentava l’università di Bologna, ha preso la parola, lamentando di essere stato detenuto oltre il periodo legalmente ammesso per i reati minori di cui è accusato adesso. Stessa la posizione sostenuta dalla sua legale, Hoda Nasrallah, che continua a chiedere il rilascio del giovane o almeno l’accesso al dossier che lo riguarda. Non è noto dove verrà fatto stare Zaki prima della prossima udienza, se nel carcere di Torah, al Cairo, o in qualche prigione di Mansura. 

L’accusa che pesa sul suo conto è quella di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese” sulla base di un articolo pubblicato due anni fa in difesa della minoranza copta, cui appartiene la sua famiglia. Per questo reato, Zaki rischia una multa o una pena fino a 5 anni di carcere. In caso di condanna al massimo della pena e considerato il fatto che il ragazzo ha già trascorso 19 mesi in carcere, rischia in teoria di rimanere dietro le sbarre altri 3 anni e 5 mesi. “Qualsiasi egiziano che ha pubblicato notizie, comunicazioni o indiscrezioni sulla situazione interna in modo tale da danneggiare lo Stato e gli interessi nazionali sarà condannato al carcere tra i 6 mesi e 5 anni e a una multa tra 100 a 500 sterline egiziane ai sensi dell’articolo 80 della legge”, avevano dichiarato fonti giudiziarie all’agenzia di stampa Ansa circa un anno fa. Risultano cadute le accuse più gravi, ovvero quella di incitamento alla “caduta del regime” e al “crimine terroristico”, che avrebbero comportato fino a 25 anni di detenzione. 

Patrick era stato arrestato la mattina del 7 febbraio 2020 all’aeroporto del Cairo ed è stato detenuto per quasi tutto il tempo a Torah, il famigerato carcere nella periferia sud della capitale. Il ragazzo, iscritto a un master sugli Studi di genere presso l’Università di Bologna, si trovava in Egitto per fare visita alla sua famiglia. Il mandato di cattura nei suoi confronti era in vigore dal 2019, ma Patrick non ne era mai stato messo al corrente. I capi d’accusa contro di lui andavano dalla diffusione di notizie false, all’incitamento alla violenza; dal tentativo di rovesciare il regime, all’uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale; dalla propaganda per i gruppi terroristici, all’uso della violenza. Durante le udienze scorse, Zaki aveva più volte sottolineato di non aver mai scritto i post per i quali le autorità egiziane lo accusavano di propaganda sovversiva. 

Amnesty International si è detta spesso preoccupata dei rischi che Zaki potrebbe incontrare nel carcere egiziano. “La sensazione è che si tratti dell’ennesima persecuzione verso un attivista politico: ce lo dice la storia di Zaki e la storia dell’Egitto sotto al-Sisi”, aveva scritto la ONG sul suo sito italiano poco dopo l’arresto. “Come in altri casi, il pericolo è che i reati imputati a Zaki si riferiscano in realtà a legittime attività di denuncia, di informazione, di commento pubblico o critica: alibi per legittimare una procedura del tutto illegale”, aveva aggiunto.

La sorte dello studente egiziano ha toccato nel profondo gran parte dell’opinione pubblica italiana, ancora colpita dalla storia del ricercatore triestino Giulio Regeni, trovato privo di vita in Egitto nel febbraio del 2016. La mobilitazione della politica e della società civile in favore di Zaki è culminata istituzionalmente in una richiesta del Parlamento che ha esortato il governo a fornirgli la cittadinanza italiana. “L’accusa di aver pubblicato un articolo in cui racconta i fatti della sua vita di cristiano egiziano” non fa altro che “confermare che l’unico motivo per privarlo della sua libertà è il suo legittimo esercizio della libertà di espressione per difendere i suoi diritti e quelli di tutti gli egiziani, in particolare i copti, all’uguaglianza e alla piena cittadinanza”, hanno sottolineato le ONG egiziane.

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Chiara Gentili

di Redazione

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