Attivista politico del Nicaragua in condizioni critiche dopo sparatoria

Pubblicato il 15 settembre 2021 alle 10:24 in America centrale e Caraibi

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L’attivista politico nicaraguense Joao Maldonado, contrario al governo del presidente Daniel Ortega, è in condizioni critiche, in un ospedale del Costa Rica, dopo essere stato preso di mira da colpi di arma da fuoco. Lo hanno riferito, il 12 settembre, alcuni familiari e sostenitori della vittima. Anche le forze di polizia hanno confermato l’accaduto. 

Maldonado, 32 anni, noto leader delle manifestazioni esplose nel 2018 nel comune di Jinotepe, nel Sud-Ovest del Nicaragua, è stato colpito due volte al petto e una al braccio, nella serata di sabato 12 settembre. La sparatoria è avvenuta a Escazu, un distretto situato 10 km a Ovest dalla capitale del Costa Rica, San Jose. Yefer Bravo, segretario di Unidad de Exiles Nicaraguan in Costa Rica, ha dichiarato che Maldonado aveva organizzato una protesta contro il governo Ortega per domenica 13 settembre a San Jose. La manifestazione si è svolta comunque, ma l’affluenza è stata bassa. Secondo quanto riferito dalla moglie, Nadia Robleto, Maldonado ha dovuto subire un intervento chirurgico d’urgenza.

Più di 80.000 nicaraguensi hanno chiesto rifugio nella vicina Costa Rica dalle proteste del 2018. I numeri sono aumentati negli ultimi tre mesi, in concomitanza con una maggiore intolleranza da parte del governo Ortega nei confronti di politici e oppositori. Molteplici sono stati, recentemente, gli arresti di membri dell’opposizione e di aspiranti candidati alla presidenza. Il 26 agosto, 15 Organizzazioni non governative, che per anni si sono occupate di promuovere progetti sociali e culturali e di aiutare le comunità più povere, sono state dichiarate fuori legge per “non aver rispettato i loro obblighi legali e statutari”. Tra le entità colpite c’è la Fondazione Mejía Godoy, che ha descritto il governo Ortega come un “regime totalitario, neo-stalinista e neo-hitleriano”. Il 16 agosto, il governo aveva sospeso 6 organizzazioni senza scopo di lucro statunitensi ed europee, soprattutto spagnole, dopo averle accusate di ostacolare la stabilità interna del Paese.

L’attuale presidente Ortega, di quasi 76 anni, era già stato capo di Stato dal 10 gennaio 1985 al 25 aprile 1990, durante la rivoluzione sandinista. È poi nuovamente entrato in carica il 10 gennaio 2007 e, da allora, ha governato per tre mandati consecutivi. Alle prossime elezioni, aspira ad ottenere il quarto mandato. Diversi Paesi, tra cui il Canada, il Regno Unito, la Spagna e gli USA, hanno osservato che le elezioni, previste per novembre, potrebbero registrare una mancanza di credibilità. Il Ministero degli Esteri del Nicaragua “ha osservato e criticato le continue e immeritate accuse, irrispettose, invadenti e interventiste nei loro affari interni, da parte delle massime autorità di questi Paesi, su questioni che riguardano solo il loro popolo e il loro governo”.

La repressione del dissenso attuata dal suo governo sarebbe peggiorata, secondo i critici, dopo le proteste del 2018 che, iniziate per contestare una controversa riforma delle pensioni e della contribuzione pensionistica, si sono rapidamente trasformate in un movimento di massa contro il governo sandinista e contro il nepotismo del presidente, la cui moglie è vicepresidente e i figli direttori, rispettivamente, della radio e della televisione pubblica. La crisi politica e sociale in Nicaragua è cominciata, precisamente, nell’aprile 2018 ed è durata alcuni mesi, con Ortega che ha scatenato una brutale repressione contro le manifestazioni che chiedevano la fine del suo mandato. Da quell’esperienza, il Paese ha accumulato tre anni di recessione economica e, secondo i dati della Banca Mondiale, è passato, con un ritmo piuttosto rapido, dal 4,6% del 2017 a un -3,9% nel 2019, fino a un -6% nel 2020. Le prospettive per il 2021 sono leggermente più incoraggianti, con una contrazione che dovrebbe ridursi arrivando a un -0,9%. La stessa istituzione stima che la povertà sia aumentata del 15,1% nel 2020, cioè 350.000 persone povere in più rispetto all’anno precedente. 

A dicembre 2020, il Parlamento ha approvato una norma che criminalizza le proteste e le punisce con pene fino a 20 anni di carcere e un’altra che regola i contributi e le risorse straniere che le organizzazioni civili ricevono dall’estero, con la motivazione di difendere la sovranità nazionale. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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