Yemen: perché gli Houthi hanno attaccato il porto di Mokha

Pubblicato il 14 settembre 2021 alle 14:36 in Medio Oriente Yemen

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I ribelli Houthi sono stati accusati di aver condotto un attacco, l’11 settembre, contro il porto di Mokha, sulla costa Sud-occidentale dello Yemen. Sebbene non siano state provocate vittime, quanto accaduto ha messo in luce come i ribelli siano intenzionati ad assumere il controllo dei porti yemeniti, partendo proprio da Mokha, ritenuto essere strategico per il Paese e per l’intera regione del Golfo.

Come spiegato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, Mokha è un porto yemenita storico, che si affaccia sul Mar Rosso, in una posizione strategica per il traffico marittimo a livello internazionale. La sua importanza deriva proprio dalla vicinanza a Bab al-Mandeb, un passaggio essenziale per il commercio internazionale, da cui Mokha dista solo 6 chilometri, mentre collega Europa, Africa orientale, Asia meridionale e Medio Oriente. Il porto è posto sotto il controllo di formazioni militari appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti, ed è considerato uno dei porti più antichi non solo dello Yemen, ma anche a livello della Penisola Arabica e del Golfo. Dopo un’interruzione durata sei anni, le attività commerciali sono riprese proprio un mese fa. Motivo per cui, per il governo yemenita, l’attacco dell’11 settembre ha rappresentato una “palese sfida” agli sforzi profusi a livello nazionale e internazionale per porre fine alla guerra civile in Yemen e alleviare la già grave crisi umanitaria. Inoltre, i missili e i droni lanciati dagli Houthi hanno danneggiato strutture e magazzini delle organizzazioni umanitarie attive nella regione, colpendo, quindi, risorse e beni alimentari destinati alla popolazione.

In generale, l’intero Sud-Ovest dello Yemen è essenziale per fornire assistenza al popolo yemenita. Una fonte ufficiale dell’Autorità generale yemenita per la regolamentazione dei trasporti ha confermato ad al-Araby al-Jadeed che l’attacco ha avuto luogo in un momento in cui il governo yemenita sta cercando di incoraggiare la ripresa dei settori funzionali ad aumentare le proprie entrate e ciò anche riabilitando quei porti che sono stati chiusi con l’inizio del conflitto in Yemen, scoppiato con il colpo di Stato degli Houthi del 21 settembre 2014. Tra questi vi è anche Mokha, la cui chiusura ha provocato ingenti perdite per le cassi yemenite. Le entrate di tale porto ammontano a circa 9,5 miliardi di riyal all’anno, e l’interruzione delle attività ha privato lo Yemen di quasi 57 miliardi di riyal negli ultimi sei anni.

Alla luce di ciò, fonti filogovernative credono che l’obiettivo degli Houthi fosse privare il governo delle risorse finanziarie derivanti dal porto, e, al contempo, portare avanti dei piani deliberati che rischiano di “affamare” ancora di più la popolazione yemenita, in quanto prendono di mira porti “vitali”. In tali piani si inserirebbe anche Hodeidah, sulla costa occidentale, considerato il primo porto dello Yemen, dove giunge il maggior quantitativo di risorse e beni destinati ai civili yemeniti. Come riporta il quotidiano, per quasi sette anni, gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno controllato la maggior parte delle regioni settentrionali, considerate più povere rispetto a quelle meridionali, amministrate, invece, dal governo riconosciuto a livello internazionale, il quale controlla anche Aden.

Colpire un porto quale Mokha ha significato colpire un settore, quello del trasporto marittimo, di grande rilevanza in un Paese come lo Yemen, che importa dall’estero tutto il suo fabbisogno di carburante, medicinali e generi alimentari. In totale, lo Yemen ospita 8 porti marittimi locali e 6 porti internazionali, i più importanti dei quali sono Aden, Hodeidah e Mokha. Dal 2017, le rotte delle compagnie di navigazione sono cambiate, su ordine dell’esecutivo yemenita, passando non più per Hodeidah ma per Aden, alla luce delle crescenti tensioni relativamente placatesi il 13 dicembre 2018 con il cosiddetto accordo di Stoccolma. Proprio tale intesa include, tra le altre, clausole di natura economica, e, nello specifico, l’invio delle entrate derivanti da Hodeidah, Salif e Ras Issa alla Banca centrale yemenita, in quanto funzionali a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici.

Sultan al-Shaghdari, imprenditore e proprietario di una società di import, ha affermato che la guerra yemenita ha provocato un aumento dei costi sostenuti dagli attori del settore commerciale privato. Le procedure per il trasporto commerciale sono pressoché aumentate e sono diversi i dazi da pagare ai posti di blocco marittimi, terrestri e aerei. Non da ultimo, le operazioni di compravendita di merci sono diventate anch’esse molto costose e spedizioni che prima arrivavano entro un mese ora impiegano dai tre ai quattro mesi, il che aumenta il costo del trasporto marittimo per gli importatori locali. Le navi dirette ai porti yemeniti, Aden e Mukalla inclusi, devono poi richiedere un permesso di ingresso al Ministero dei Trasporti prima di giungere nel Paese. Tutto ciò ha spinto numerosi uomini d’affari a impiegare i porti dei Paesi vicini per importare merci, arrecando, però, ulteriori danni all’economia yemenita.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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