Egitto: Patrick Zaki va a processo, rischia 5 anni di carcere

Pubblicato il 14 settembre 2021 alle 11:36 in Egitto Italia

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Prende avvio oggi, martedì 14 settembre, dopo 19 mesi di custodia cautelare, il processo contro Patrick Zaki. Lo studente egiziano dell’Università di Bologna rischia fino a 5 anni di carcere. Gli è contestato uno scritto del 2019 in difesa della minoranza copta.

“Come si temeva, dopo un anno e sette mesi di detenzione preventiva, Patrick Zaki va a processo”, ha avvertito su Twitter il portavoce di Amnesty International in Italia, Riccardo Noury, che ha seguito fin dall’inizio la vicenda del giovane egiziano. Risultano cadute le accuse più gravi, ovvero quella di incitamento alla “caduta del regime” e al “crimine terroristico”, che avrebbero comportato fino a 25 anni di detenzione. Ora, l’accusa che pesa sul suo conto è quella di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese” sulla base di un articolo pubblicato due anni fa. Per questo reato, Zaki rischia una multa o una pena fino a 5 anni di carcere. Noury ha specificato che non è chiaro al momento quante udienze saranno previste. 

Amnesty International e altre nove ONG egiziane, tra cui quella per cui Zaki lavorava come ricercatore, ovvero l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (Eipr), hanno dichiarato che le sentenze del Tribunale per la sicurezza dello Stato, davanti al quale comparirà il 30enne egiziano, sono inappellabili. La corte si trova a Mansura, città natale di Zaki, situata a 130 km a nord del centro del Cairo. Il ragazzo è vissuto lì prima di trasferirsi nella capitale per andare all’università. Solo qualche anno più tardi è arrivato in Italia per seguire un master sugli Studi di genere presso l’Università di Bologna. 

“Purtroppo era previsto che con l’approssimarsi della fine della detenzione preventiva dei 24 mesi, da quell’enorme castello di prove segrete mai messe a disposizione della difesa sarebbe stata presa una delle tante per mandarlo a processo. È uno scritto del 2019 in cui Patrick avrebbe preso le difese della minoranza copta perseguitata in Egitto”, ha riferito il portavoce di Amnesty. In Egitto, la custodia cautelare può durare due anni. Dopo una prima fase di cinque mesi di rinnovi quindicinali ritardati dall’emergenza Covid, il caso Zaki è stato prolungato in una serie di rinnovi di 45 giorni. Fino ad oggi, le accuse a suo carico erano basate su dieci post di un account Facebook che i suoi legali considerano non gestiti da lui.

Patrick era stato arrestato la mattina del 7 febbraio 2020 all’aeroporto del Cairo ed è stato detenuto per quasi tutto il tempo a Torah, il famigerato carcere nella periferia sud della capitale. Il ragazzo, iscritto a un master sugli Studi di genere presso l’Università di Bologna, si trovava in Egitto per fare visita alla sua famiglia. Il mandato di cattura nei suoi confronti era in vigore dal 2019, ma Patrick non ne era mai stato messo al corrente. I capi d’accusa contro di lui andavano dalla diffusione di notizie false, all’incitamento alla violenza; dal tentativo di rovesciare il regime, all’uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale; dalla propaganda per i gruppi terroristici, all’uso della violenza. Durante le udienze scorse, Zaki aveva più volte sottolineato di non aver mai scritto i post per i quali le autorità egiziane lo accusavano di propaganda sovversiva. 

Amnesty International si è detta spesso preoccupata dei rischi che Zaki potrebbe incontrare nel carcere egiziano. “La sensazione è che si tratti dell’ennesima persecuzione verso un attivista politico: ce lo dice la storia di Zaki e la storia dell’Egitto sotto al-Sisi”, aveva scritto la ONG sul suo sito italiano poco dopo l’arresto. “Come in altri casi, il pericolo è che i reati imputati a Zaki si riferiscano in realtà a legittime attività di denuncia, di informazione, di commento pubblico o critica: alibi per legittimare una procedura del tutto illegale”, aveva aggiunto.

La sorte dello studente egiziano ha toccato nel profondo gran parte dell’opinione pubblica italiana, ancora colpita dalla storia del ricercatore triestino Giulio Regeni, trovato privo di vita in Egitto nel febbraio del 2016. La mobilitazione della politica e della società civile in favore di Zaki è culminata istituzionalmente in una richiesta del Parlamento che ha esortato il governo a fornirgli la cittadinanza italiana. “L’accusa di aver pubblicato un articolo in cui racconta i fatti della sua vita di cristiano egiziano” non fa altro che “confermare che l’unico motivo per privarlo della sua libertà è il suo legittimo esercizio della libertà di espressione per difendere i suoi diritti e quelli di tutti gli egiziani, in particolare i copti, all’uguaglianza e alla piena cittadinanza”, hanno sottolineato le ONG egiziane.

di Redazione

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