Yemen: continuano le tensioni a Ovest

Pubblicato il 13 settembre 2021 alle 9:22 in Medio Oriente Yemen

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Le forze dell’esercito yemenita stanziate sulla costa occidentale del Paese hanno riferito di aver inflitto ingenti perdite, in termini sia materiali sia di vite umane, alle milizie ribelli Houthi. La notizia è giunta dopo che il gruppo sciita è stato accusato, l’11 settembre, di aver condotto un attacco contro Mokha, un porto situato nel Sud-Ovest dello Yemen, sulle coste del Mar Rosso, ritenuto essere essenziale per l’invio di aiuti umanitari.

In particolare, fonti militari sul campo hanno riferito che, nella sera del 12 settembre, vi sono stati violenti scontri tra le milizie ribelli e le unità stanziate nella città di Hais, sulla costa occidentale yemenita. Diversi combattenti sciiti, di cui non è stato specificato il numero, sono rimasti uccisi o feriti, mentre altri sono stati costretti a fuggire. Al contempo, è stata distrutta una postazione del gruppo e un veicolo militare. Nel frattempo, anche al-Tuhayta è stata testimone di violente tensioni, durante le quali, a detta di fonti filogovernative, 6 ribelli sono stati uccisi, dopo che gli Houthi hanno provato a infiltrarsi presso il fronte di al-Faza. Gli scontri hanno visto impegnate anche membri della coalizione a guida saudita, che, dal 2015, coadiuva le forze yemenite nella lotta contro i ribelli Houthi.

L’esercito filogovernativo ha affermato di essere impegnato a contrastare i perduranti crimini contro i civili commessi dai ribelli, oltre alle crescenti violazioni del cosiddetto accordo di Stoccolma, raggiunto il 13 dicembre 2018 sotto l’egida delle Nazioni Unite e riguardante, nello specifico, il governatorato occidentale di Hodeidah e Taiz, città situata anch’essa nell’Ovest dello Yemen. Tale accordo costituisce, sino ad ora, una delle poche intese che ha visto sedersi al tavolo dei negoziati le due parti belligeranti, i ribelli Houthi e il governo yemenita, legato al presidente Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto a livello internazionale. In base a tale patto, i ribelli sciiti avevano accettato di ritirarsi da tutti e tre i porti principali dello Yemen, Hodeidah, Saleef e Ras Isa, lasciando svolgere alla delegazione dell’Onu le necessarie attività di monitoraggio e gestione dell’area. Alla base dell’accordo, vi è l’impegno, da parte del gruppo sciita, a porre fine alle tensioni e a spostare le proprie truppe altrove. La fase di relativa tregua ha consentito alla Missione delle Nazioni Unite di istituire posti di blocco e di monitoraggio nel governatorato di Hodeidah, dal 19 ottobre 2019, con il fine di garantire il rispetto del cessate il fuoco. Nonostante ciò, la tregua è stata ripetutamente violata.

Tra gli attacchi più recenti vi è quello dell’11 settembre contro Mokha, porto situato a Ovest di Taiz, in una posizione strategica per il traffico marittimo a livello internazionale, in quanto collega Europa, Africa orientale, Asia meridionale e Medio Oriente, ed è vicino allo stretto di Bab al-Mandeb, al Corno d’Africa e al Mar Arabico. A detta di fonti del governo yemenita, l’attentato sarebbe stato perpetrato per mezzo di un missile balistico e 5 droni carichi di esplosivo, presumibilmente di fabbricazione iraniana. Fonti yemenite hanno affermato che 3 missili successivi hanno preso di mira il cantiere portuale, nell’arco di mezz’ora, mentre un quarto missile è atterrato con circa 15 minuti di ritardo e ha dato fuoco a una cisterna di carburante. Non sono state registrate vittime, ma il Ministero degli Esteri yemenita ha dichiarato che l’attacco ha provocato ingenti danni alle strutture del porto, mentre i depositi di alcune agenzie umanitarie sono stati incendiati. Tra questi, vi erano anche magazzini di risorse alimentari e strutture civili. Le attività commerciali presso Mocha erano riprese da circa un mese, grazie anche all’impegno delle autorità locali, a seguito di un’interruzione di sei anni. Motivo per cui, per il governo yemenita, l’attacco dell’11 settembre rappresenta una “palese sfida” agli sforzi profusi a livello nazionale e internazionale per porre fine alla guerra civile in Yemen e alleviare la già grave crisi umanitaria.

A tal proposito, il ministro dell’Informazione yemenita, Moammar al-Eryani, ha affermato che “l’attacco terroristico”, avvenuto settimane dopo la ripresa delle attività commerciali, ha mostrato nuovamente come gli Houthi prendano di mira oggetti civili, distruggendo sistematicamente le “infrastrutture dell’economia nazionale”. Per al-Eryani, l’attentato, che coincide con il ventennale degli attacchi dell’11 settembre 2001, conferma ancora una volta che gli Houthi sono un’organizzazione terroristica, non diversa da Al-Qaeda e dall’ISIS. Pertanto, l’unico modo per riportare stabilità e sicurezza in Yemen è includere il gruppo sciita e i suoi leader all’interno delle “liste del terrorismo”.

L’episodio di sabato è giunto dopo che il nuovo inviato delle Nazioni Unite in Yemen, Hans Grundberg, il 10 settembre, ha dichiarato che lo Yemen, la nazione più povera del mondo arabo, “è bloccata in uno stato di guerra permanente”. Per il diplomatico svedese, non sarà semplice riprendere i negoziati di pace e, in generale, la sua missione è complessa. Tuttavia, Grundberg si è impegnato a incoraggiare una soluzione politica, sottolineando l’importanza di riprendere i colloqui tra le parti impegnate nella crisi yemenita. Grundberg è la quarta persona ad essere scelta a capo della missione dell’Onu dal 2011, ma il suo mandato ha inizio in un momento in cui il conflitto sembra essere “più infuriato che mai”. La nomina del diplomatico svedese, il cui Paese ha sponsorizzato la firma dell’accordo di cessate il fuoco a Hodeidah, coincide, poi, con una fase di stallo nei negoziati volti a convincere le parti belligeranti ad accettare il piano di pace promosso dall’ex inviato, Martin Griffiths.

Il conflitto civile in Yemen ha avuto inizio a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014, e vede contrapporsi i ribelli sciiti, sostenuti da Teheran, e le forze legate al governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale, legato al presidente Hadi. Dal 26 marzo 2015, l’esercito filogovernativo è coadiuvato da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita, formata anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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