Siria, Daraa: che cosa sta succedendo dopo il cessate il fuoco

Pubblicato il 13 settembre 2021 alle 15:56 in Medio Oriente Siria

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Le forze di Damasco, accompagnate dalla polizia militare russa, sono entrate, nella mattina di lunedì 13 settembre, nella cittadina di al-Yadouda, nella periferia Nord-occidentale di Daraa. Qui sono stati stabiliti centri di reinsediamento per i combattenti locali e per la consegna delle armi, sulla base dell’accordo di cessate il fuoco raggiunto con la mediazione russa.

Quanto avvenuto oggi segue l’entrata dell’esercito siriano a Daraa al-Balad, l’8 settembre scorso, a cui ha fatto seguito l’allestimento di posti di blocco, mentre è stata issata la bandiera siriana sopra il Centro di Riconciliazione della città. Il governo legato al presidente Bashar al-Assad ha dichiarato che “l’autorità statale è stata finalmente ripristinata nel governatorato” di Daraa, riportando ordine e sicurezza in un’area in cui, nel 2011, erano nate le prime proteste pacifiche. Da allora, secondo quanto riferito da un corrispondente di al-Mayadeen, emittente televisiva con sede in Libano, lo status di circa 800 combattenti di Daraa al-Balad è stato regolarizzato, mentre le truppe siriane hanno scoperto un tunnel sotterraneo, presumibilmente scavato da gruppi armati locali, che si pensa fosse impiegato per condurre attacchi contro centri residenziali e postazioni dell’esercito nella città.

Al pari di Daraa al-Balad, anche gli abitanti di al-Yadouda sono stati invitati a consegnare le armi in loro possesso, mentre i giovani “disertori” e ricercati dal governo damasceno dovranno essere reinsediati. Tali mosse precedono l’istituzione di postazioni militari, oltre a probabili perquisizioni da parte delle forze siriane, al fine ultimo di scongiurare il rischio di ribellioni future. Anche la cittadina di al-Yadouda era stata precedentemente teatro di tensioni, che avevano provocato vittime tra le fila dell’esercito di Assad. Il 29 luglio, colpi di artiglieria, lanciati dalle forze di Damasco, hanno colpito il villaggio al-Yadouda, uccidendo una donna e 4 minori. Secondo la Difesa civile, gli attacchi perpetrati contro tale villaggio hanno causato, in totale, 18 vittime civili.

Fino alla giornata di 12 settembre, a Daraa al-Balad è stata registrata una relativa tregua, conseguenza dell’accordo raggiunto dai residenti locali e il governo di Damasco il primo settembre scorso. Parallelamente, fonti locali hanno riferito che le forze di Assad hanno istituito due posti di blocco, sui nove previsti dall’intesa, mentre sono state liberate le strade da macerie e proiettili vuoti. Al contempo, un ridotto numero di abitanti è tornato nelle proprie abitazioni nel quartiere di Al-Manshiya, in attesa del completamento dell’apertura e della riabilitazione delle strade, due forni hanno ripreso le proprie attività e, infine, sono stati avviati i lavori per ripristinare i centri sanitari.

Daraa al- Balad è un distretto meridionale, dell’omonimo governatorato di Daraa, precedentemente controllato da ex gruppi dell’opposizione. Questo, a partire da giugno 2021, è stato posto sotto assedio, per oltre 65 giorni, dalle forze di Assad, le quali hanno altresì impedito l’ingresso di soccorsi e aiuti umanitari, destinati a circa 11.000 famiglie, per un totale di oltre 40.000 abitanti. Ciò ha provocato crescenti scontri, definiti i peggiori degli ultimi tre anni, mentre la Russia si è impegnata a mediare tra le parti belligeranti per disinnescare le tensioni. Oltre al cessate il fuoco, l’accordo prevede la consegna di armi, anche leggere, da parte di combattenti locali, la loro resa alle forze di Damasco e l’istituzione di posti di blocco, sotto la supervisione della polizia militare russa. Coloro che non intendono arrendersi dovranno essere trasferiti nel Nord-Ovest della Siria e, nello specifico, a Idlib, ultima roccaforte tuttora posta in gran parte sotto il controllo dei gruppi di opposizione.  

L’area di Daraa è nota per essere stata la culla della rivoluzione in Siria, dove alcuni giovani ribelli scrissero su un muro uno dei primi slogan antiregime, tra cui “È il tuo turno, dottore”, con riferimento al presidente siriano Assad. Risale al mese di luglio 2017 l’accordo per il cessate il fuoco a Daraa, Quneitra e Suweida, in cui parteciparono anche Stati Uniti, Russia e Giordania. Combattenti e famiglie locali hanno poi evacuato l’area nel mese di luglio 2018, dopo settimane di violenti bombardamenti, seguiti da un accordo di resa con il regime siriano e la Russia. Diversamente da altre zone circostanti, ritornate, nel corso del tempo, nelle mani del regime, l’esercito di Assad non aveva dispiegato le proprie forze nell’area, facendo affidamento su alleati presenti sul posto per garantire la sicurezza della provincia. Numerosi combattenti dell’opposizione sono, però, rimasti nel governatorato, mantenendo il controllo di vaste aree rurali a Sud, Est ed Ovest. 

La recente escalation, secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arab, sulla base dei dati forniti dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), ha provocato la morte di almeno 23 civili, tra cui 6 bambini, mentre 26 membri delle forze di Damasco e 17 combattenti dell’opposizione sono stati uccisi. Ad essere peggiorata è poi stata la situazione umanitaria, il che ha spinto oltre 38.000 abitanti a fuggire da Daraa al-Balad in un solo mese, secondo quanto riferito in precedenza dalle Nazioni Unite. Secondo quanto riferito dalla Rete siriana per i Diritti Umani, in un rapporto pubblicato il primo settembre, proprio nella regione di Daraa è stato registrato il numero di vittime civili più elevato provocato, nell’ultimo mese, dalle forze di Damasco.

Quanto accaduto a Sud si colloca nel più ampio quadro del conflitto civile siriano, in corso oramai da circa dieci anni. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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