Iraq: attacco contro l’aeroporto di Erbil, l’obiettivo è ancora Washington

Pubblicato il 12 settembre 2021 alle 8:51 in Iraq USA e Canada

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Droni carichi di esplosivo hanno colpito l’aeroporto internazionale di Erbil, nella regione settentrionale del Kurdistan iracheno. Al momento, non sono state riportate vittime. Tuttavia, non è la prima volta che tale luogo, che ospita membri della coalizione anti-ISIS a guida statunitense, viene preso di mira.

La notizia è stata riportata da fonti della sicurezza curde, nella notte tra l’11 e il 12 settembre. In un primo momento, fonti mediatiche irachene avevano parlato di una serie di razzi precipitati in un’area in prossimità dell’aeroporto. Poi, i servizi antiterrorismo della regione del Kurdistan hanno stato specificato che, in realtà, si è trattato di due droni carichi di esplosivo. La medesima fonte ha confermato che non sono state registrate vittime e che, sinora, nessun individuo o gruppo ha rivendicato l’attentato.

Secondo fonti della sicurezza locali, i droni hanno colpito l’area al di fuori del perimetro dell’aeroporto, mentre testimoni sul posto hanno riferito di aver udito circa sei esplosioni. Ad ogni modo, gli agenti di sicurezza si sono schierati all’interno dello scalo aeroportuale a seguito dell’attentato e sono state avviate indagini sull’accaduto. A tal proposito, il governatore di Erbil, Omed Khoshnaw, ha riferito che le forze locali sono impegnate a contrastare eventuali attacchi simili. “Erbil è calma e resiliente e rimarrà tale”, ha aggiunto Khoshnaw sulla propria pagina Facebook.

È la quarta volta, nel 2021, che l’aeroporto di Erbil viene preso di mira. Si pensa che l’obiettivo sia Washington e che la responsabilità di tali episodi sia da attribuirsi a gruppi filoiraniani, contrari alla presenza degli USA sul suolo iracheno. Anche nella notte tra il 6 e il 7 luglio, il medesimo aeroporto è stato oggetto di un attacco perpetrato per mezzo di droni. Prima ancora, il 26 giugno, droni, carichi di esplosivo, erano precipitati sul villaggio di Bragh, a circa tre chilometri di distanza dalla sede del nuovo consolato degli USA, in fase di costruzione, e su Gomaspan.

Un attacco precedente contro l’aeroporto internazionale del Kurdistan risale al 14 aprile. In tale occasione, un gruppo soprannominato Saraya Awlia al-Dam, ovvero i “Guardiani delle Brigate di Sangue”, ha rivendicato l’accaduto, a circa due mesi di distanza da un altro attentato, perpetrato contro lo scalo di Erbil. A detta dell’organizzazione, il proprio obiettivo era colpire un centro operativo del Mossad. Tra gli episodi del 2021 si annovera, poi, quello del 15 febbraio, data di un altro attacco missilistico contro Erbil. In tal caso, un civile, un “contractor” straniero, ha perso la vita mentre altri 6 sono rimasti feriti.

Da parte loro, gli Stati Uniti hanno più volte invitato l’Iraq a proteggere le loro missioni diplomatiche nel Paese, avvertendo che, in caso di assenza di sicurezza, Washington sarà costretta a proteggersi da sola, a modo suo. Questo perché, come precisato dal console degli USA a Erbil, Rob Waller, i gruppi armati filoiraniani rappresentano una minaccia per tutte le missioni diplomatiche.

Come riferito in precedenza da Mohi Muhammad, portavoce di un gruppo filoiraniano noto come Brigate di Hezbollah, esiste un “asse della resistenza”, la cui missione è prepararsi costantemente a far fronte a qualsiasi minaccia, dalla presenza statunitense a quelle poste da Israele e dallo Stato Islamico. “La presenza delle forze statunitensi in Iraq è illegale, in quanto contraddice la decisione del Parlamento iracheno”, ha affermato il portavoce, aggiungendo che Washington potrebbe rimanere sorpresa dalle capacità e dalle armi della “resistenza” nel caso in cui osi sfidare la volontà irachena e continuare a tenere proprie truppe nel Paese.

Le tensioni tra Washington e Teheran sul suolo iracheno hanno spesso fatto temere che l’Iraq potesse divenire un campo di battaglia tra i due rivali. L’apice era stato raggiunto con la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vicecomandante delle Forze di mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio 2020 a seguito di un raid ordinato dall’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno avviato una graduale riduzione dei propri soldati in Iraq, al momento pari a quota 2.500. In tale quadro si colloca la decisione del 7 aprile, presa da Iraq e USA durante l’ultimo round del dialogo strategico, con cui era stato stabilito che le truppe da combattimento statunitensi, impegnate nella lotta allo Stato Islamico, avrebbero abbandonato l’Iraq. Poi, il 26 luglio, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno siglato un accordo volto a chiudere formalmente la missione di combattimento statunitense in Iraq entro la fine del 2021. Come specificato da Biden, si tratta di un “cambiamento” della missione. In particolare, Washington si è detta disposta a continuare a “formare, assistere e aiutare” le forze irachene per far fronte alla minaccia terroristica, posta soprattutto dallo Stato Islamico, ma entro la fine dell’anno, le truppe statunitensi non saranno più impegnate in una “missione di combattimento”, bensì queste presteranno assistenza nell’ambito della consulenza militare, dell’addestramento, del supporto logistico e dell’intelligence.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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