Siria, Idlib: attacco contro postazioni turche, 2 soldati morti

Pubblicato il 11 settembre 2021 alle 19:38 in Siria Turchia

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Due soldati turchi sono stati uccisi mentre altri 4 sono rimasti feriti a seguito di un’esplosione che ha colpito le forze di Ankara stanziate a Idlib, nel Nord-Ovest della Siria. A seguito dell’attacco, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, si è recato al confine per incontrare i comandanti locali.

La notizia è dell’esplosione è stata riportata dal Ministero della Difesa turco, sabato 11 settembre, il quale ha specificato che le proprie forze stavano effettuando un’operazione di pattugliamento nella zona di de-escalation di Idlib quando sono state attaccate. Le vittime, è stato aggiunto, erano sottoufficiali di fanteria e alcuni feriti sono stati traferiti in ospedale per mezzo di elicotteri turchi. Altri, invece, secondo fonti locali, sono stati trasportati su ambulanze blindate attraverso il valico di Bab al-Hawa.

Stando a quanto specificato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), una bomba, posta sul ciglio della strada, è stata fatta esplodere al passaggio del convoglio turco sulla strada che collega la città di Idlib e Binnish, nel Nord della regione. Il medesimo SOHR ha fatto sapere che l’attacco è stato rivendicato da un gruppo noto come “Compagnia dei sostenitori di Abu Bakr al-Siddiq”, già responsabile di precedenti attentati contro obiettivi turchi. Diversi analisti ritengono che, in realtà, dietro tali episodi vi siano Mosca e Damasco, le quali, desiderose di ampliare le proprie sfere di influenza nel Nord della Siria, starebbero esercitando pressione su Ankara.

Come riporta il quotidiano al-Araby al-Jadeed, sempre l’11 settembre, poco dopo l’esplosione, le forze turche hanno bombardato le aree dove sono dispiegate le Syrian Democratic Forces nella periferia settentrionale di Aleppo, nelle vicinanze di una base militare russa, situata a Tell Rifaat. Al contempo, i gruppi di opposizione hanno bombardato con artiglieria le postazioni delle forze di Damasco poste vicino al villaggio di Al-Dar Al-Ruwaiha, nella periferia Sud di Idlib.

Idlib rappresenta l’ultima roccaforte tuttora controllata, in buona parte, dai gruppi di opposizione, e ospita circa 4 milioni di abitanti, di cui un milione di sfollati rifugiatisi nella regione con lo scoppio della guerra civile. Erano stati i presidenti di Turchia e Russia, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin, a favorire un accordo di cessate il fuoco nel governatorato, siglato il 5 marzo 2020 ed esteso al termine dei colloqui svoltisi a Sochi il 16 e 17 febbraio scorso. Sebbene la tregua sia stata più volte violata nel corso dell’ultimo anno, l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala. Tuttavia, già nel mese di giugno scorso il governatorato Nord-occidentale è ritornato ad essere testimone di tensioni, durate per circa quattro settimane, apparentemente placate a partire dal 29 giugno. Queste hanno interessato soprattutto le aree di Jabal al-Zawiya, e Al-Ghab, a Ovest di Hama. 

Così come stabilito con l’accordo del 5 marzo 2020, le forze turche e russe continuano a effettuare operazioni di pattugliamento lungo la strada che collega Aleppo e Latakia, oltre che sulle vie secondarie in prossimità delle proprie postazioni militari. Tuttavia, è proprio durante tali attività che i convogli di Ankara sono stati spesso presi di mira per mezzo di esplosivi, missili o sono stati oggetto di attacchi diretti da gruppi armati sconosciuti. Al contempo, le forze turche continuano ad essere accusate di colpire i gruppi curdi, le Syrian Democratic Forces (SDF), nel Nord della Siria, dove si contano circa 60 postazioni militari appartenenti ad Ankara, distribuite perlopiù nei governatorati di Idlib, Aleppo, Hama e Latakia.

Prima della tregua del 5 marzo 2020, Ankara aveva dato avvio all’operazione “Spring Shield”, esortando le forze affiliate al presidente siriano, Bashar al-Assad, a ritirarsi dalla zona di de-escalation, nel Nord-Ovest della Siria. La nuova offensiva faceva seguito alla morte di circa 34 soldati turchi, deceduti a causa di un raid siriano a Idlib, il 27 febbraio di quell’anno. Si trattava di un episodio che aveva fatto temere un ulteriore esacerbarsi delle tensioni, sebbene sia Ankara sia Mosca si fossero dette contrarie ad un conflitto diretto sul suolo siriano.

Le Syrian Democratic Forces sono un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni. Il braccio armato principale, nonché la forza preponderante del gruppo, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG). Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, ma la Turchia non accetta la loro presenza al confine siro-turco. Inoltre, le Unità di Protezione Popolare, guidate dai curdi siriani, sono considerate dalla Turchia una “propaggine terroristica” del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Motivo per cui, nel corso degli anni, Ankara ha condotto diverse operazioni. L’ultima, soprannominata “Fonte di pace”, risale al 9 ottobre 2019 e ha consentito ai gruppi turchi di prendere il controllo di alcune città del Nord-Est della Siria, tra cui Tell Abyad e Ras al-Ain, insediandosi presso una striscia di confine lunga 100 chilometri e profonda 33 chilometri. Al termine dell’operazione, il 22 ottobre 2019, Ankara e Mosca concordarono di allontanare le SDF dalla “safe zone” stabilita dalla Turchia, con pattugliamenti militari congiunti turco-russi a una profondità di 5 chilometri lungo il confine, mentre venne stabilito il controllo della Russia su Tell Tamer e altre città circostanti come Ain Issa.

Sebbene l’operazione turca abbia modificato le aree di influenza di ciascuna parte nell’Est dell’Eufrate, nella regione non vi è mai stata stabilità militare e in termini di sicurezza, con la Turchia che ha continuato a violare la tregua, con l’obiettivo di espandere il controllo a spese delle SDF, specialmente nelle zone rurali settentrionali di Raqqa e nella periferia Nord-occidentale di Hasakah.

Tali sviluppi si collocano nel più ampio quadro del conflitto civile siriano, in corso oramai da circa dieci anni. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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