Myanmar: escalation di violenza nel corso della “guerra difensiva”

Pubblicato il 11 settembre 2021 alle 10:09 in Asia Myanmar

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Almeno 20 persone sono state uccise nel corso degli scontri tra i soldati dell’Esercito al potere in Myanmar e i gruppi di oppositori. Si è trattato della peggiore escalation di violenza registrata nel Paese asiatico negli ultimi mesi, da inserirsi nel quadro di quella che è stata definita una “guerra difensiva popolare”.

A scontrarsi con i soldati vi è stata, nello specifico, la Forza di difesa del popolo, il braccio armato del governo di unità nazionale (GUN) che si oppone ai militari. Tale esecutivo è stato formato per resistere all’acquisizione di potere da parte della giunta militare, avvenuta il primo febbraio scorso, data di inizio della crisi interna al Myanmar. Il medesimo GUN, il 7 settembre, ha rivolto un appello chiedendo una rivolta in tutto il Paese contro i militari. In particolare, oltre a dichiarare uno stato di emergenza, il presidente ad interim del GUN, Duwa Lashi La, ha lanciato una “guerra difensiva”, con l’obiettivo di coordinare le milizie armate e le forze appartenenti ai diversi gruppi etnici nella lotta contro l’esercito, e di convincere soldati e funzionari statali a cambiare la propria posizione.

A partire dal 9 settembre, sono state registrate almeno 20 vittime, tra cui minori, secondo quanto riferito da testimoni e media locali. Tra i luoghi teatro di tensioni vi è stato il villaggio di Myin Thar, nella regione occidentale di Magway. Qui, i residenti locali hanno dichiarato che le truppe dell’Esercito hanno attaccato i residenti con artiglieria e bruciato le proprie abitazioni. Parallelamente, il portavoce dell’Esercito, Zaw Min Tun, ha affermato che i militari sono stati attaccati con armi di piccolo calibro e pistole artigianali mentre entravano nel villaggio. Nel frattempo, a Yangon, una delle maggiori città del Myanmar, 3 soldati sono stati uccisi, mentre, fino alla sera del 10 settembre, sono stati registrati violenti scontri anche a Thantlang, nello stato di Chin, al confine con l’India, secondo quanto riportato da fonti locali. In tale quadro, nella mattina dell’11 settembre, sono stati segnalati arresti a Yangon, nella regione di Sagaing e in altre aree del Paese.

Di fronte a tale scenario, i Paesi vicini al Myanmar hanno esortato le parti coinvolte alla moderazione, alla luce degli avvertimenti da parte del “governo ombra”, che ha messo in guardia da possibili ritorsioni. A tal proposito, secondo alcuni analisti, le azioni del GUN potrebbero minare gli sforzi profusi dai gruppi di opposizione per ottenere sostegno a livello internazionale. Da parte loro, l’11 settembre, attivisti e ribelli hanno invitato la comunità internazionale ad agire, affermando che è stata proprio la mancanza di un qualsiasi “intervento esterno significativo” a portare a forme di “resistenza armata”. “I giovani del Myanmar non hanno altra scelta che combattere con ciò che hanno”, ha dichiarato, sabato 11 settembre, il Movimento di disobbedienza civile, invitando le Nazioni Unite e i rappresentanti dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico a “impegnarsi direttamente” con il governo di unità nazionale. Al contempo, in vista di una riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per nominare un inviato speciale in Myanmar, le forze di opposizione hanno lanciato una campagna volta a riconoscere il GUN come legittimo rappresentante del governo.

La situazione di caos in Myanmar ha avuto inizio il primo febbraio scorso, data in cui l’Esercito ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di spicco del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi. 

Da allora, il Paese asiatico ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. Dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione, che l’Esercito ha represso con la violenza. Secondo l’Associazione di assistenza ai prigionieri politici, che monitora la situazione dei diritti umani in Myanmar, almeno 1.058 persone sono state uccise dall’inizio della rivolta contro i militari. Più di 6.300, invece, sono tuttora detenute.

Parallelamente, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche presenti da decenni in Myanmar, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. I combattimenti nelle aree periferiche del Paese stanno generando centinaia di migliaia di sfollati e si teme per la loro dispersione anche oltre ai confini birmani.

L’istituzione del governo di unità nazionale risale al 6 aprile scorso, data in cui diversi membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese, hanno creato tale esecutivo che, dal 5 maggio, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Tuttavia, il GUN e le milizie ad esso affiliate sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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