L’Arabia Saudita: un Paese che prova a cambiare volto dopo l’11 settembre

Pubblicato il 11 settembre 2021 alle 15:27 in Arabia Saudita USA e Canada

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L’Arabia Saudita, Paese d’origine di 15 dei 19 dirottatori responsabili dell’attacco alle Torri Gemelle, oltre che dello stesso leader di al-Qaeda, Osama bin Laden, ha più volte affermato di non aver svolto alcun ruolo nell’attentato dell’11 settembre 2001. Ad ogni modo, oggi, a vent’anni di distanza, il Regno appare diverso. 

L’8 settembre scorso, Riad ha accolto con favore l’intenzione degli USA di rivedere e rilasciare alcuni documenti segreti relativi all’11 settembre che, da circa vent’anni, sono esclusivamente nelle mani di Washington. Al momento, non è stato specificato quando la documentazione verrà effettivamente resa pubblica. Al contempo, gli ex investigatori dell’attentato affermano che non è ancora chiaro quante nuove informazioni fondamentali verranno rilasciate in base alle direttive del presidente degli USA, Joe Biden, dato che i funzionari dell’intelligence statunitense possono ancora cercare di proteggere i dettagli chiave in base alle leggi sulla privacy o ai problemi di sicurezza nazionale.

Ciò che è certo è che, negli ultimi decenni, non è stato mai del tutto accertato se e in che modo il Regno del Golfo abbia svolto un ruolo nell’attentato alle Torri Gemelle, il che ha alimentato speculazioni, fake news e complottismi. Da parte loro, numerose famiglie saudite hanno fatto causa al governo di Riad in un tribunale federale degli Stati Uniti a New York, chiedendo il rilascio immediato di un rapporto chiave dell’FBI, un’analisi della lunga indagine condotta dall’agenzia sulle attività di due dei dirottatori dell’11 settembre, cittadini sauditi, Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi.

Nel frattempo, come ribadito l’8 settembre scorso, le autorità saudite continuano a respingere le accuse di coinvolgimento negli attentati. “L’Arabia Saudita conosce fin troppo bene il male che al-Qaeda, attraverso la sua ideologia e le sue azioni, rappresenta”, ha dichiarato l’ambasciata saudita negli USA, aggiungendo: “Insieme agli Stati Uniti, il Regno non ha risparmiato sforzi nell’affrontare gli uomini, il denaro e la mentalità del terrorismo e dell’estremismo in tutte le sue forme”. “Come hanno rivelato indagini passate, non è mai emersa alcuna prova che indichi che il governo saudita o i suoi funzionari fossero a conoscenza dell’attacco terroristico o fossero in qualche modo coinvolti nella sua pianificazione o esecuzione”. Pertanto, Riad spera nella “completa desecretazione di qualsiasi documento” relativo agli attacchi, al fine ultimo di porre definitivamente fine alle “accuse infondate”.

In tale quadro, nei venti anni successivi al peggiore attentato terroristico sul suolo statunitense, l’Arabia Saudita sembra aver intrapreso un cammino di riforme, volto a cambiare il suo volto. Oggi, nella “nuova” Arabia Saudita, guidata dal principe ereditario Mohammed bin Salman bin Abdulaziz, le donne possono guidare e i cinema hanno riaperto a tutti. Secondo alcuni ricercatori, tra cui Yasmine Farouk del Carnegie Endowment for International Peace, tali cambiamenti rappresentano alcune delle conseguenze a lungo termine dell’attacco alle Torri Gemelle.

Dopo l’11 settembre, il Regno ha dovuto far fronte a critiche riguardanti altresì i propri sistemi sociali ed educativi, ritenuti essere tra i principali promotori dell’ideologia estremista. L’immagine austera dell’Arabia Saudita era radicata nella rigida interpretazione wahhabita dell’Islam, una dottrina ultraconservatrice che Riad avrebbe esportato in tutto il mondo. Il Paese del Golfo, che ospita i siti più sacri dell’Islam ed è il più grande esportatore di petrolio al mondo, in un primo momento ha resistito alle pressioni esercitate per introdurre riforme. Tuttavia, l’ascesa del principe Mohammed, nominato principe ereditario nel 2017, e la necessità di diversificare l’economia di fronte a una eventuale diminuzione della domanda di petrolio, hanno portato Riad ad apportare una serie di cambiamenti economici, sociali e religiosi.

Il principe Mohammed ha cercato di porsi come un esempio dell’Islam moderato, sebbene la sua reputazione internazionale sia stata colpita dall’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, nel 2018, avvenuta all’interno del consolato saudita a Istanbul. È sotto l’egida del principe che il tanto criticato divieto di guida delle donne del Regno è stato revocato, nel 2018, i concerti di musica sono ora consentiti a donne e uomini e le attività commerciali possono rimanere aperte anche durante le cinque preghiere quotidiane. L’Arabia Saudita ha poi “neutralizzato” la temuta polizia religiosa, un tempo nota per cacciare le persone dai centri commerciali per andare a pregare e rimproverare chiunque vedesse mescolarsi con il sesso opposto. Non da ultimo, il Paese del Golfo, meta ogni anno di milioni di pellegrini musulmani, ha spalancato le porte anche al turismo non religioso.

Il Regno “è un posto profondamente diverso e migliore”, ha affermato un consigliere del governo saudita, Ali Shihabi, facendo riferimento a riforme che hanno “smantellato le strutture e le reti dell’Islam radicale all’interno del Paese”. Alla luce di ciò, a detta di Shihabi, i “terroristi che desiderano pianificare un attentato simile all’11 settembre dovranno andare in un posto diverso per pescare reclute, dal momento che il pool di giovani sauditi indottrinati nell’Islam oscurantista si sta rapidamente riducendo”.

Ad ogni modo, la ricercatrice Farouk ha avvertito che le riforme “non sono sufficienti” per sradicare l’estremismo. Tali cambiamenti, è stato specificato, non includono “un dialogo con la società che affronti argomenti estremisti”, e aprire canali di dialogo su tali tematiche risulta essere fondamentale per raggiungere gli obiettivi prefissati. Da parte sua, Kristin Diwan, dell’Arab Gulf States Institute di Washington, ritiene che debbano essere introdotte riforme soprattutto al sistema educativo a lungo associato al wahhabismo. “Riformare un intero sistema educativo, curricula, insegnanti, istituzioni, è un compito enorme, simile al rifacimento della società stessa”, ha affermato Diwan, aggiungendo che, al momento, il Regno sta rivedendo i libri di testo che si riferiscono ai non musulmani come “kuffar”, non credenti, mentre il Ministero dell’istruzione ha annunciato che sta lavorando a un nuovo curriculum che promuova “i valori della libertà di pensiero e della tolleranza”. Nel 2018, il principe Mohammed ha dichiarato, nel corso di un’intervista con l’emittente televisiva CBS, che mira a rimuovere tutti gli elementi “estremisti” dal sistema educativo, in cui erano impiegati anche gli islamisti integralisti. “Non c’è dubbio che la volontà c’è, ma l’effettiva realizzazione richiederà tempo”, ha infine affermato Diwan.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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