Al-Qaeda in Afghanistan, vent’anni dopo l’11 settembre

Pubblicato il 11 settembre 2021 alle 6:30 in Afghanistan USA e Canada

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Vent’anni dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, non solo al-Qaeda è ancora presente in Afghanistan, dove ha supportato la diplomazia e la guerra talebana fino alla presa di Kabul, ma le sue ramificazioni si sono espanse in una rete che va dall’India al Sahara, passando per la penisola arabica. 

Il 19 maggio del 2020, un rapporto di un’agenzia di monitoraggio delle Nazioni Unite aveva denunciato il fatto che i talebani non stavano rispettando una delle parti fondamentali dell’accordo con gli Stati Uniti, firmato a Doha il 29 febbraio del 2020 dai rappresentanti dell’amministrazione dell’ex presidente degli USA, Donald Trump, e dall’ufficio politico dei talebani in Qatar. Come è noto, quest’intesa prevedeva il ritiro di tutte le truppe straniere dall’Afghanistan, in cambio di una serie di sforzi da parte dei talebani per garantire sicurezza e pace nel Paese. Una delle clausole principali era proprio la cessazione di qualsiasi tipo di legame tra talebani ed al-Qaeda. Tuttavia, già qualche settimana dopo la firma dell’accordo, le agenzie di monitoraggio dell’ONU presenti sul campo avevano denunciato il fatto che i talebani si erano consultati regolarmente con i militanti di al-Qaeda durante i negoziati con gli Stati Uniti e avevano “offerto garanzie” al gruppo, al fine di “onorare i legami storici tra le due parti”. 

A luglio del 2020, le autorità locali della provincia di Helmand, nel Sud dell’Afghanistan, avevano riferito che al-Qaeda era attivo nelle zone dell’Afghanistan al confine con il Pakistan e con l’Iran, dove gestiva campi di addestramento per i talebani. Appena un mese prima, a giugno del 2020, il Dipartimento della Difesa degli USA aveva pubblicato un report in cui sottolineava la presenza di al-Qaeda sul territorio afghano e il fatto che l’organizzazione sosteneva e cooperava regolarmente con i talebani. Secondo il documento, il fine del gruppo era quello di minacciare la stabilità del governo di Kabul, supportato dalla NATO, con un particolare “interesse a lungo termine per quanto riguarda gli attacchi contro le forze statunitensi e contro gli obiettivi occidentali”. Tuttavia, secondo gli Stati Uniti, la minaccia principale non era rappresentata dalla sezione centrale dell’organizzazione terroristica, ma dalla sua ramificazione più orientale, nota come al-Qaeda nel Subcontinente Indiano (AQIS), la cui nascita era stata annunciata dal leader di al-Qaeda, Ayman al Zawahiri, a settembre del 2014. Secondo il report della Difesa statunitense del luglio 2020, il nucleo originario dell’organizzazione terroristica, invece, era debole, concentrato prevalentemente sulla propria sopravvivenza, garantita dai  suoi rifugi remoti e impraticabili. 

In una delle numerose operazioni di anti-terrorismo, il 24 ottobre 2020, le forze di sicurezza dell’Afghanistan, supportate dalla NATO, avevano annunciato di aver ucciso Abu Muhsin al-Masri, un importante membro di al-Qaeda inserito nella lista dei terroristi più ricercati del Federal Bureau of Investigation (FBI) degli USA. Il National Directorate of Security (NDS) dell’Afghanistan aveva specificato che l’uccisione di Al-Masri era avvenuta durante un’operazione speciale condotta nella provincia di Ghazni, nell’Afghanistan centrale. Il terrorista in questione era ritenuto “il secondo al comando di al-Qaeda”, dopo al-Zawahiri. L’uomo, di origine egiziana, era noto anche con il nome di Husam Abd-al-Ra’uf. Gli Stati Uniti avevano emanato un mandato d’arresto nei suoi confronti nel dicembre 2018, accusandolo di cospirazione per l’uccisione di cittadini statunitensi e di aver fornito sostegno materiale e risorse ad un’organizzazione terroristica straniera. Il direttore dello US National Counter-Terrorism Center, Chris Miller, aveva confermato la notizia della morte di al-Masri aggiungendo che la sua “rimozione dal campo di battaglia” era stata un duro colpo per l’organizzazione terroristica, che stava continuando a subire perdite strategiche anche grazie alla pressione sul campo esercitata dagli USA e dai suoi partner. Tuttavia, gli sviluppi derivati dagli impegni presi con i talebani a Doha hanno cambiato la situazione per il governo afghano, le sue forze armate e gli alleati occidentali. 

Il 20 maggio del 2021, a meno di tre mesi dalla conquista di Kabul da parte dei talebani e del ritiro totale della NATO, un nuovo rapporto di un’agenzia di monitoraggio delle Nazioni Unite aveva confermato la presenza e la minaccia di al-Qaeda in Afghanistan. Il documento ha riportato i risultati delle attività di monitoraggio effettuate da maggio 2020 ad aprile 2021, affermando: “Una parte significativa della leadership di al-Qaeda risiede nella regione di confine tra Afghanistan e Pakistan, insieme ad al-Qaeda nel Subcontinente Indiano. Un gran numero di combattenti di al-Qaeda e altri estremisti stranieri allineati con i talebani sono stanziati in varie zone dell’Afghanistan”. Il report ha poi sottolineato il fatto che l’organizzazione terroristica aveva continuato a subire attacchi da parte della NATO, nel periodo in esame, risultandone logorata. Tuttavia, il suo rapporto con i talebani, secondo l’agenzia, era rimasto forte. A tale proposito, il documento ha evidenziato una questione molto rilevante oggi: “La componente principale dei talebani a trattare con al-Qaeda è la rete Haqqani“. Come è noto, vent’anni dopo l’11 settembre 2001, il 7 settembre 2021, i talebani hanno nominato come ministro degli Interni proprio Sirajuddin Haqqani, leader dell’omonima rete e figlio del fondatore della stessa. L’esecutivo dei talebani, oggi, appare strettamente legato all’organizzazione terroristica. 

Quindi, il rapporto del 20 maggio delle Nazioni Unite ha sottolineato che “i legami tra i due gruppi rimangono stretti, basati sull’allineamento ideologico, su relazioni forgiate attraverso lotte comuni e tramite matrimoni misti”. Secondo il documento, i talebani avevano iniziato a rafforzare il loro controllo su al-Qaeda, raccogliendo informazioni sui terroristi stranieri e i militanti presenti sul territorio, al fine di registrarli e limitarne gli spostamenti o le attività. Tuttavia, al-Qaeda avrebbe assicurato solo concessioni minime, che potrebbe facilmente e rapidamente ritirare, secondo il report. Quindi, l’analisi ha concluso che sarebbe stato “impossibile affermare con sicurezza che i talebani manterranno il loro impegno a evitare qualsiasi futura minaccia alla sicurezza internazionale proveniente da al-Qaeda in Afghanistan”. E ha aggiunto: “Al-Qaeda e militanti che la pensano allo stesso modo continuano a celebrare gli sviluppi in Afghanistan come una vittoria per la causa dei talebani e quindi per il radicalismo globale”. 

Infine, sulla minaccia rappresentata da al-Qaeda oggi, è opportuno citare uno dei maggiori esperti mondiali di terrorismo, Bruce Hoffman. Lo studioso, in un’analisi pubblicata il 12 agosto 2021 su Council on Foreign Relations, ha sottolineato che gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 non hanno solo ridefinito i contorni della politica estera degli Stati Uniti, ma hanno anche rappresentato un momento di svolta per l’estremismo salafita e quindi per al-Qaeda. Nella sua analisi, Hoffman ha constatato il fatto che l’organizzazione terroristica oggi non è la stessa di vent’anni fa. Il suo fondatore, Osama bin Laden, è morto da tempo. Le notizie sull’attuale leader, Ayman al-Zawahiri, sono scarse e pare che l’uomo sia in pessime condizioni di salute, se non deceduto. Inoltre, questa fine è toccata alla quasi totalità dei più alti comandanti del nucleo centrale di al-Qaeda, fatta eccezione per il probabile successore alla guida dell’organizzazione, Saif al-Adel, un ex ufficiale dell’esercito egiziano.

Tuttavia, secondo l’esperto, “l’ideologia e la motivazione sposate da al-Qaeda sono, purtroppo, più forti che mai”. Ad esempio, Hoffman sottolinea che i gruppi terroristici salafiti-jihadisti designati come tali dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sono quadruplicati rispetto all’11 settembre. “Il rapporto più recente del team di monitoraggio delle Nazioni Unite indica la crescita senza ostacoli di al-Qaeda in Africa, il trinceramento in Siria e la presenza del gruppo in almeno quindici province afgane, nonché le sue continue strette relazioni con i talebani”. Infine, ha avvertito Hoffman, i cittadini statunitensi non dovrebbero nemmeno “farsi cullare dal pensiero che al-Qaeda non voglia più attaccare gli Stati Uniti”. L’esperto ha quindi ricordato l’attacco del 6 dicembre 2019, effettuato da un agente dormiente saudita in una base aerea della Marina degli Stati Uniti a Pensacola, in Florida, che ha causato la morte di tre persone e il ferimento di altre otto. 

Le autorità statunitensi non hanno dubbi sul fatto che l’assalitore fosse motivato da un’ideologia islamista estremista e hanno sottolineato il fatto che l’uomo aveva visitato il memoriale di New York City per gli attacchi dell’11 settembre 2001, poco prima di effettuare l’attacco. Il terrorista aveva agito dopo anni di pianificazione e preparazione e aveva avuto contatti a tale proposito con al-Qaeda. Non solo, l’aggressore saudita aveva pubblicato messaggi sui social media anti-americani e anti-israeliani solo due ore prima di aver aperto il fuoco. Infine, al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) ha rivendicato l’assalto. Tale sezione, a causa della sua progettualità aggressiva e fortemente anti-occidentale, è stata a lungo considerata uno dei gruppi più pericolosi nella rete terroristica internazionale. Oggi come vent’anni fa, quando si parla di minacce per la sicurezza globale, rimane centrale il nome e il ruolo di quell’organizzazione fondata da un giovane trentenne saudita, Osama Bin Laden, durante una di quelle guerre che le grandi potenze hanno perso in Afghanistan. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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