Siria, Homs: soldato russo ucciso da un’autobomba

Pubblicato il 10 settembre 2021 alle 12:21 in Russia Siria

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Il Ministero della Difesa della Federazione Russa ha riferito, la sera di giovedì 9 settembre, che un soldato russo è rimasto ucciso dall’esplosione di un’autobomba nella provincia Centrale di Homs, in Siria.

Secondo quanto reso noto dal Dipartimento militare di Mosca, citato dall’agenzia di stampa TASS, la deflagrazione è avvenuta mentre la polizia militare russa stava eseguendo operazioni di pattugliamenti lungo il percorso del corridoio umanitario. “A seguito dell’esplosione, un militare russo a bordo di un’auto ha riportato ferite gravi”. Nonostante i soccorsi e l’assistenza medica, però, il soldato è deceduto. Il Ministero della Difesa ha poi riferito che alla famiglia della vittima sarà fornita l’assistenza e il sostegno necessari.

Nel frattempo, il 10 settembre, un corrispondente di TASS in Siria ha rivelato che la polizia militare della Federazione, insieme alle Forze affiliate al presidente siriano, Bashar al-Assad, hanno iniziato a pattugliare la neo-liberata città di Daraa al-Balad, nel Sud-Ovest del Paese, a 110 km a Sud di Damasco. Inoltre, il Centro russo per la riconciliazione delle parti in confitto, con il supporto dell’Esercito di Mosca, sta fornendo aiuti umanitari ai residenti locali. Nel dettaglio, sono stati consegnati circa 1.000 lotti di beni di prima necessità, dal peso totale di 8 tonnellate.

 In tale quadro, è importante sottolineare che i disordini e le proteste che hanno poi portato allo scoppio del conflitto siriano, il 15 marzo 2011, hanno avuto inizio nella città di Daraa al-Balad, nel medesimo anno. Per molto tempo, tale città, e, più in generale, l’intero distretto di Daraa, è stato posto sotto il controllo del fronte Al-Nusra, che il 28 luglio del 2016 si è separato dal al-Quaeda, adottando il nuovo nome di Jabhat Fath al-Sham. Risale al mese di luglio 2017 l’accordo per il cessate il fuoco a Daraa, Quneitra e Suweida, in cui parteciparono anche Stati Uniti, Russia e Giordania. Combattenti e famiglie locali hanno poi evacuato l’area nel mese di luglio 2018, dopo settimane di violenti bombardamenti, seguiti da un accordo di resa con il regime siriano e la Russia. Più tardi, sulla base di un’intesa conciliativa conclusa nel 2018, le regioni meridionali sono rimaste sotto il controllo delle forze di opposizione.

Tuttavia, un nuovo accordo di cessate il fuoco di tre giorni è stato raggiunto tra il governo e l’opposizione, il primo settembre, con l’obiettivo è porre fine a settimane di “assedio” e tensioni, scongiurando una nuova operazione militare da parte di Damasco. L’accordo riguarda, nello specifico, Daraa al-Balad, distretto meridionale posto sotto il controllo di ex gruppi dell’opposizione, posto sotto assedio, per oltre 65 giorni, dalle forze affiliate al presidente siriano, Bashar al-Assad, le quali hanno altresì impedito l’ingresso di soccorsi e aiuti umanitari, destinati a circa 11.000 famiglie, per un totale di oltre 40.000 abitanti. Ciò ha provocato crescenti scontri, definiti i peggiori degli ultimi tre anni, mentre la Russia si è impegnata a mediare tra le parti belligeranti per disinnescare le tensioni. Sebbene un primo accordo fosse stato raggiunto già il 15 agosto scorso, questo non è stato mai del tutto rispettato. Poi, nella sera del 31 agosto, i delegati di Damasco e il Comitato centrale di Daraa, accanto ad altri attori interessati al dossier, sono riusciti a raggiungere una nuova intesa, dopo colloqui durati circa cinque ore.

Gli ultimi sviluppi si collocano nel più ampio quadro del conflitto siriano, in corso da dieci anni.  Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. 

La Russia è intervenuta in Siria prestando sostegno alle forze affiliate al presidente siriano, Bashar al-Assad, dal 30 settembre 2015. Secondo analisti internazionali, lo schieramento del Cremlino è legato a una pluralità di fattori. La caduta di Assad avrebbe avuto conseguenze negative per la Russia perché, da una parte, Mosca avrebbe perso un importante alleato regionale, dall’altra il sovvertimento di potere in Siria avrebbe minacciato gli interessi di Mosca nell’area. Inoltre, la decisione di intervenire nel conflitto rifletteva anche il timore che le “rivoluzioni colorate” prendessero piede in Russia. È importante ricordare che, a partire dal 2000, tali movimenti filo-europeisti hanno dato il via a proteste antigovernative in numerosi Stati post-sovietici, come l’Ucraina e la Georgia. Pertanto, Mosca temeva che il potenziale successo dei movimenti contro il governo in Siria avrebbe provocato un’analoga reazione in Russia. Anche i rapporti con l’Occidente, sempre più tesi, hanno spinto il Cremlino a schierarsi dalla parte di Assad. Infine, l’ascesa dell’ISIS ha fornito a Mosca l’opportunità di giustificare l’intervento attraverso la retorica della lotta al terrorismo.

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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