Siria: le truppe del regime entrano a Daraa

Pubblicato il 9 settembre 2021 alle 11:29 in Medio Oriente Siria

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Le truppe dell’esercito siriano sono entrate a Daraa, luogo d’origine della rivolta contro il governo del presidente Bashar al-Assad. È la prima volta che ciò si verifica da quando il regime ha perso il controllo dell’area, circa un decennio fa. Secondo il quotidiano The New Arab, la notizia è stata confermata, mercoledì 8 settembre, da residenti, esercito ed ex ribelli.

Il primo settembre, la regione di Daraa era entrata in una tregua temporanea grazie all’accordo, mediato dalla Russia, in base al quale era stata concordata l’isituzione di posti di blocco nell’area e la consegna di armi da parte dei cittadini. L’ingresso di forze appartenenti alla polizia militare russa, accompagnate dall’Ottava Brigata, una forza siriana anch’essa appoggiata da Mosca, e l’istituzione di postazioni militari dovevano garantire il rispetto del cessate il fuoco. L’intesa era stata negoziata dalle forze del regime siriano e dal Centro di Riconciliazione con sede a Daraa, che faceva le veci dei residenti.

La regione era stata bloccata dalle forze governative il 25 giugno dopo che i residenti, inclusi alcuni ex membri dell’opposizione siriana, avevano opposto resistenza all’ordine di consegnare armi leggere e di consentire alle truppe di perquisire le case nella zona. Nella giornata di mercoledì 8 settembre, l’esercito ha iniziato ad allestire posti di blocco e ha issato la sua bandiera sopra il Centro di Riconciliazione della città. Il governo ha dichiarato che “l’autorità statale è stata finalmente ripristinata nel governatorato” per riportare l’ordine e la sicurezza in un’area in cui, nel 2011, erano nate le prime proteste pacifiche contro il governo di Assad, poi trasformatesi in una guerra civile a seguito della repressione delle forze governative.  

Dopo che Daraa si è arresa, decine di poliziotti militari russi hanno preso posizione nella zona devastata dalla guerra mentre ex ribelli e civili hanno consegnato le armi leggere nei centri istituiti dall’esercito, come previsto dall’accordo. I funzionari locali sperano che Mosca tenga a freno le milizie locali sostenute dall’Iran. “Sono devastato. Ci eravamo abituati ad essere liberi e ora torneremo a vivere nell’umiliazione”, ha detto Jasem Mahameed, un anziano locale. Tra le varie località in cui sono stati istituiti, i posti di blocco sono sorti anche presso la sede locale del partito Baath, secondo quanto affermato dal gruppo mediatico Horan Free League. Mercoledì mattina, con Mosca che monitorava gli eventi, i soldati del regime sono entrati nell’area per prepararsi all’arrivo di altre truppe, individuare i siti adatti per i posti di blocco e controllare l’identità della gente del posto.

Daraa al-Balad, distretto meridionale fino a ieri sotto il controllo di ex gruppi dell’opposizione, è stato assediato, per oltre 65 giorni, dalle forze affiliate al presidente siriano, le quali hanno altresì impedito l’ingresso di soccorsi e aiuti umanitari, destinati a circa 11.000 famiglie, per un totale di oltre 40.000 abitanti. Ciò ha provocato crescenti scontri, definiti i peggiori degli ultimi tre anni, mentre la Russia si è impegnata a mediare tra le parti belligeranti per disinnescare le tensioni. Nonostante l’apparente tregua registrata sul campo, fonti dell’opposizione locali hanno messo in dubbio il rispetto dell’accordo da parte del governo di Damasco. Alcuni ritengono, poi, che il patto mediato dalla Russia, alleata del governo siriano, abbia, in realtà, spianato la strada verso un maggiore controllo sul governatorato da parte delle forze damascene, mettendo fine ad una “eccezione” durata per circa tre anni. Ad ogni modo, alcuni analisti hanno affermato che Damasco non potrà più lanciare una operazione militare, così come temuto sinora, senza prima ottenere il via libera della Russia.  

L’area di Daraa è nota per essere stata la culla della rivoluzione in Siria. Risale al mese di luglio 2017 l’accordo per il cessate il fuoco a Daraa, Quneitra e Suweida, in cui parteciparono anche Stati Uniti, Russia e Giordania. Combattenti e famiglie locali hanno poi evacuato l’area nel mese di luglio 2018, dopo settimane di violenti bombardamenti, seguiti da una resa concordata con il regime siriano e la Russia. Diversamente da altre zone circostanti, ritornate, nel corso del tempo, nelle mani del regime, l’esercito di Assad non aveva dispiegato le proprie forze nell’area, facendo affidamento su alleati presenti sul posto per garantire la sicurezza della provincia. Numerosi combattenti dell’opposizione sono, però, rimasti nel governatorato, mantenendo il controllo di vaste aree rurali a Sud, Est ed Ovest. 

Quanto accaduto a Sud si colloca nel più ampio quadro del conflitto civile siriano, in corso oramai da circa dieci anni. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. Nel solo mese di agosto, la Rete siriana per i diritti umani ha documentato la morte di 94 civili, di cui 32 bambini e 10 donne, mentre altri 7 individui sono stati vittime di torture. La responsabilità è da far risalire non solo alle forze siriane, ma anche al suo alleato russo e ai gruppi di opposizione, così come alle Syrian Democratic Forces (SDF) e Hayat Tahrir al-Sham, attori che continuano a svolgere un ruolo nel panorama siriano.

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di Redazione

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