Siria: Mosca bombarda Idlib, feriti 6 civili

Pubblicato il 8 settembre 2021 alle 8:34 in Medio Oriente Siria

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Almeno 4 bambini e due donne sono rimasti feriti a seguito di un attacco aereo condotto dalle forze russe contro un campo profughi situato nel governatorato di Idlib, nel Nord-Ovest della Siria. Nel frattempo, la regione meridionale di Daraa sta assistendo a una fase di relativa tregua.

Stando a quanto riportato da fonti locali, sono stati 5 i raid condotti da Mosca, il 7 settembre. Questi hanno interessato, nello specifico, l’area che collega le città di Ma’arrat Misrin e Kafriya, nella periferia Nord-orientale di Idlib. Un attivista ha riferito che uno dei bambini è stato gravemente ferito alla testa, mentre gli altri civili hanno riportato ferite multiple. Le vittime appartenevano all’accampamento di Maryam e a una fattoria, abitata da sfollati, situata nei pressi di Ma’arrat Misrin. A detta del medesimo attivista, le squadre della Difesa civile siriana hanno lavorato per diverse ore per liberare coloro che erano rimasti intrappolati sotto le macerie, a seguito dell’attacco perpetrato con “missili ad alto potenziale”. Nella medesima giornata del 7 settembre, poi, anche il villaggio di al-Kafir, nel distretto di Jisr al-Shughur, è stato oggetto di un attacco aereo da parte delle forze di Damasco, affiliate al presidente siriano, Bashar al-Assad. Il giorno precedente, invece, aerei da guerra russi hanno effettuato diversi raid contro città e villaggi a Jabal Al-Zawiya, nella periferia meridionale di Idlib. A poche ore dal bombardamento contro il campo profughi, all’alba di mercoledì 8 settembre sono stati colpiti un centro medico e abitazioni civili nel distretto di Marayan, uccidendo una donna e ferendo altri 5 civili in varia misura. A detta di fonti locali, i raid contro Jabal al-Zawiya perpetrati tra il 7 e l’8 settembre hanno causato, in totale, 4 morti e 16 feriti. 

Idlib rappresenta l’ultima roccaforte tuttora controllata, in buona parte, dai gruppi di opposizione, e ospita circa 4 milioni di abitanti, di cui un milione di sfollati rifugiatisi nella regione con lo scoppio della guerra civile. Erano stati i presidenti di Turchia e Russia, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin, a favorire un accordo di cessate il fuoco nel governatorato, siglato il 5 marzo 2020 ed esteso al termine dei colloqui svoltisi a Sochi il 16 e 17 febbraio scorso. Sebbene la tregua sia stata più volte violata nel corso dell’ultimo anno, l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala. Tuttavia, già nel mese di giugno il governatorato Nord-occidentale è ritornato ad essere testimone di tensioni, durate per circa quattro settimane, apparentemente placate a partire dal 29 giugno. Queste hanno interessato soprattutto le aree di Jabal al-Zawiya, e Al-Ghab, a Ovest di Hama. 

A luglio, poi, la cittadina di Iblin, presso Jabal al-Zawiya, è stata testimone di tre “massacri”, l’ultimo il 22 luglio, che hanno causato la morte di circa 20 civili, per la maggior parte donne e bambini. In un rapporto pubblicato il 13 luglio, la Difesa civile siriana ha riferito che i raid di Damasco e Mosca hanno provocato l’uccisione di oltre 110 persone, tra cui 23 bambini, 19 donne e 2 volontari dell’organizzazione dall’inizio del 2021, mentre il numero dei feriti ammonta a circa 296, tra cui 52 bambini di età inferiore ai 14 anni e 11 volontari. In totale, sono stati documentati oltre 700 attacchi contro abitazioni civili e “installazioni vitali”, perpetrati dalle forze siriane e russe.

Negli ultimi mesi, l’attenzione è stata rivolta anche verso Daraa, regione situata nel Sud della Siria, e, in particolare, verso Daraa al-Balad, distretto meridionale posto sotto il controllo di ex gruppi dell’opposizione. Questo è stato posto sotto assedio, dal 24 giugno, dalle forze di Assad, le quali hanno impedito l’ingresso di soccorsi e aiuti umanitari, destinati a circa 11.000 famiglie, per un totale di oltre 40.000 abitanti. Ciò ha provocato crescenti scontri, definiti i peggiori degli ultimi tre anni, mentre la Russia si è impegnata a mediare tra le parti belligeranti per disinnescare le tensioni. La mediazione russa ha portato al raggiungimento di una apparente tregua, risultata da un accordo tra Damasco e gli abitanti di Daraa, rappresentati dal cosiddetto Comitato centrale.

Tra le prime clausole da concretizzare, vi è la consegna di armi leggere da parte dei cittadini di Daraa, mentre bisognerà “definire lo status” dei ricercati dal governo siriano, ex combattenti dell’opposizione. Fino alla giornata del 7 settembre, ne sono stati già registrati circa 100. Un attivista locale ha poi riferito che, sulla base di quanto concordato, le forza damascene hanno già iniziato a istituire proprie postazioni, tra cui una a Kharab al-Shalem, nel Sud-Ovest di Daraa, dove sono stati trasferiti rinforzi, sia in termini di uomini sia di veicoli corazzati e carri armati. Si prevede che presto verranno stabiliti altri tre punti. L’accordo prevede anche il trasferimento di tutti coloro che rifiutato l’intesa, mediata dalla Russia, nel Nord della Siria, e il divieto di manifestazioni e mobilitazione da parte dei civili locali, mentre verrà issata una bandiera su tutti gli edifici governativi di Daraa al-Balad, inclusa la moschea di Omari. Quest’ultima era stata testimone della prima scintilla della rivoluzione siriana, e il suo restauro e l’innalzamento della bandiera del governo hanno una forte valenza per Damasco, in quanto simbolo della sua vittoria contro gli oppositori.

Quanto accade a Idlib e Daraa si colloca nel più ampio quadro del conflitto civile siriano, in corso oramai da circa dieci anni. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del governo siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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