Myanmar: i militari scarcerano un monaco intrasigente anti-rohingya

Pubblicato il 8 settembre 2021 alle 7:33 in Asia Myanmar

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Il monaco buddista nazionalista noto per le sue affermazioni anti-islamiche, Wirathu, è stato rilasciato dai militari al potere in Myanmar, il 6 settembre, dopo che le accuse di aver cercato di fomentare la dissenso contro il precedente governo civile del Paese sono state ritirate.

Un monaco attivista vicino a Wirathu, Par Mount Kha, ha confermato che il caso contro l’uomo è stato archiviato. Il sito di notizie online People Media ha poi affermato di aver ricevuto conferma del rilascio di Wirathu dal maggiore generale Zaw Min Tun, un portavoce dell’esercito del Myanmar che dal primo febbraio scorso controlla il Paese. Al momento, tuttavia, non è stato fornito alcun motivo per il quale il caso è stato ritirato.

Il monaco era diventato famoso nel 2012 dopo lo scoppio di scontri mortali tra buddisti e musulmani della minoranza etnica rohingya nello stato occidentale del Rakhine. L’uomo aveva poi fondato un’organizzazione nazionalista accusata di incitamento alla violenza contro i musulmani. Oltre ai rohingya, anche i musulmani di altri gruppi etnici in altre aree avevano subito mancanze di rispetto e violenze occasionali dopo che Wirathu e i suoi sostenitori avevano lanciato la loro campagna nazionalista. Wirathu e i suoi sostenitori erano poi riusciti a fare pressioni per leggi che rendevano difficili i matrimoni interreligiosi.

Wirathu si era consegnato alle autorità per essere arrestato a novembre 2020, dopo essere stato in latitanza dal maggio 2019. Al tempo, un tribunale aveva emesso un mandato di arresto nei suoi confronti ai sensi di una sezione del codice penale che criminalizza i commenti che “portano all’odio o al disprezzo” o “incitano disssenso verso” il governo. Tale accusa era stata mossa dal governo della regione di Yangon per le osservazioni fatte all’inizio di maggio 2019 che includevano insulti nei confronti di Aung San Suu Kyi, che allora era la leader del Myanmar.

Il monaco aveva attirato particolare attenzione in seguito all’inizio dell’operazione di sgombero dei rohingya da parte dell’esercito birmano nello Stato settentrionale di Rakhine, nell’Ovest del Myanmar.  Qui, dal 25 agosto 2017, era esplosa la violenza dei militari contro la minoranza, costringendo oltre 742.000 persone a recarsi nel vicino Bangladesh in quello stesso anno. L’organizzazione Medici senza frontiere ha stimato che, solamente nel primo mese di tale campagna di repressione, siano state uccise 6.700 persone, di cui 730 erano bambini di età inferiore ai cinque anni. Nel frattempo, la maggior parte dei Rohingya rimasti a Rakhine vivono in una serie di ghetti recintati e campi per sfollati che i gruppi per i diritti umani hanno paragonato ad una forma di apartheid.

I rohingya sono una popolazione musulmana concentrata soprattutto nello Stato di Rakhine del Myanmar, al confine con il Bangladesh, che non è mai stata riconosciuta ufficialmente come un gruppo etnico indigeno birmano ma che è stata invece ritenuta dalle autorità una popolazione migrata in Myanmar dal Bangladesh. Già dal 2016, erano emerse alcune notizie riguardo a violenze di massa contro i rohingya condotte dall’Esercito birmano, detto Tatmadaw, in tale Stato.

Wirathu aveva ottenuto consensi sull’onda di un diffuso pregiudizio in Myanmar, Paese a maggioranza buddista, contro i rohingya. Dopo il 2017, Wirathu era stato accusato di incitamento all’odio e Facebook aveva chiuso il suo account nel 2018. Wirathu aveva un grande seguito e sembrava avere stretti legami con i militari. Tuttavia, in un video pubblicato sui social media mentre era in prigione, si è lamentato del trattamento da parte del governo militare.

L’Esercito  ha preso il potere in Myanmar il primo febbraio scorso, dopo aver arrestato, nella stessa giornata, la leader del governo civile che è stato rovesciato, Aung San Suu Kyi, l’allora presidente, Win Myint, e altre figure di primo piano dell’esecutivo. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali avvenute durante le elezioni dello scorso 8 novembre che avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega nazionale per la Democrazia (NDL), il partito allora al governo con a capo Aung San Suu Kyi. Tali votazioni sono state annullate e l’Esercito ha promesso nuove elezioni entro agosto 2023. Intanto, il primo agosto, è stato nominato un nuovo governo provvisorio di cui Min Aung Hlaing è primo ministro e che ha sostituito il Consiglio di amministrazione di Stato che aveva fino ad allora guidato il Paese effettuando un passaggio da un consiglio militare ad un governo transitorio.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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