Immigrazione: record di migranti riportati in Libia nel 2021

Pubblicato il 8 settembre 2021 alle 17:39 in Immigrazione Libia

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L’International Rescue Committee (IRC), una ONG che si occupa delle peggiori crisi umanitarie al mondo, ha calcolato che circa 23.000 immigrati sono stati intercettati in mare e riportati in Libia quest’anno dopo aver cercato di raggiungere l’Europa. Si tratta quasi del doppio del totale di tutto il 2020 e il numero più alto mai registrato dal 2017, anno della firma del Memorandum of Understanding tra Italia e Libia. L’IRC ha specificato che la cifra include più di 1.000 bambini e oltre 1.500 donne, di cui almeno 68 in gravidanza. 

“Come riscontrato dall’IRC, molti dei bambini individuati sono stati ritenuti a rischio, ad esempio viaggiavano da soli o erano stati separati dalle loro famiglie, soffrivano di alti livelli di stress emotivo, erano malati o accompagnati da genitori che necessitavano di cure mediche. Eppure, quasi tutti sono stati inviati nei famigerati centri di detenzione della Libia, dove si verificano regolarmente sfruttamento, abusi e molteplici altre violazioni dei diritti umani”, ha osservato l’ONG.

Nel 2017, un totale di 15.358 persone è stato riportato indietro dalla Guardia costiera libica. “Questo numero è diminuito di anno in anno, fino a un minimo di circa 9.000 intercettazioni, nel 2019, ma, nel 2020, il numero è salito ancora una volta, arrivando a 11.891, e, quest’anno, ha già superato il totale del 2017”, si legge nella dichiarazione dell’IRC. Nello specifico, nel corso degli ultimi 4 anni, almeno 60.000 persone sono state bloccate in mare dalla Guardia costiera libica e riportate nei centri di detenzione del Paese nordafricano. Il diritto internazionale, tuttavia, sancisce il divieto di respingimento e sostiene che le persone soccorse in mare “dovrebbero essere fatte sbarcare in un luogo sicuro”, sottolinea anche l’International Rescue Committee.

“In soli otto mesi abbiamo visto più persone riportate in Libia dalla Guardia costiera libica di quante ne abbiamo mai viste prima. Ventitremila è un numero senza precedenti e mette in evidenza la gravità della situazione in Libia. Un decennio di violenze e disordini, un’economia in difficoltà e la pandemia di COVID-19 hanno esacerbato le sfide affrontate da tutti coloro che vivono nel Paese. Oggi, si stima che 1,3 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria, un aumento del 40% rispetto al 2020”, ha osservato ancora l’ONG.

Il direttore nazionale dell’IRC in Libia, Tom Garofalo, ha evidenziato che per le persone in cerca di sicurezza e protezione, come i richiedenti asilo, i rifugiati e gli altri migranti, la vita in Libia è particolarmente dura. Questi individui sono a rischio costante di abusi che possono includere rapimenti, violenze sessuali e persino torture. “Non sono al sicuro in Libia e non possono tornare a casa o altrove, perché molti sono fuggiti da circostanze simili nei loro Paesi di origine o di transito. Spesso avranno già subito abusi e sfruttamento da parte di contrabbandieri nel loro viaggio per arrivare nel Paese nordafricano. Non c’è da meravigliarsi se vogliono andarsene, ma, dal momento che i modi sicuri e legali sono estremamente limitati, arrivare in Europa attraverso il Mediterraneo è spesso considerata l’unica possibilità per raggiungere la sicurezza”, ha affermato Garofalo. 

L’IRC ha chiesto il rilascio di tutte le persone detenute arbitrariamente in Libia, la cessazione immediata della pratica della detenzione arbitraria e la depenalizzazione dell’immigrazione irregolare da parte delle autorità libiche. Inoltre, l’ONG ha esortato l’UE a rivedere urgentemente il suo approccio alla migrazione, in particolare il suo sostegno alla Guardia costiera libica, e a rilanciare le proprie operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo per garantire che i sopravvissuti vengano fatti sbarcare in un luogo sicuro. “La Libia non è un porto sicuro o un Paese sicuro e le persone non dovrebbero essere rimandate lì”, ha più volte ribadito l’International Rescue Committee nella sua dichiarazione. 

L’Italia è particolarmente attiva in Libia, sulla base dell’Accordo di amicizia del 2008 e del Memorandum d’intesa (MoU) del 2 febbraio 2017, con il quale i due Paesi hanno deciso di rafforzare la cooperazione nel settore dello sviluppo ritenendola essenziale per combattere l’immigrazione irregolare, la tratta di esseri umani e il contrabbando, nonché per rafforzare la sicurezza delle frontiere. Altri Stati europei attivi in Libia sono Francia e Germania, entrambe impegnate a portare avanti progetti di State-building, a rafforzare le istituzioni pubbliche e la sicurezza interna, a promuovere la transizione democratica, lo sminamento, l’antiterrorismo e ad implementare programmi di polizia e di sicurezza o di addestramento navale. Inoltre, diversi Stati membri dell’Unione hanno collaborato con la missione dell’UE di assistenza alle frontiere in Libia (EUBAM), focalizzata su attività quali corsi di formazione e workshop per le controparti libiche interessate. Quest’ultima, istituita il 22 maggio 2013, è una missione civile che si occupa di rispondere alle esigenze libiche di protezione delle frontiere ed è parte dell’approccio europeo globale per il supporto della transizione ad un governo stabile, democratico e prospero in Libia. 

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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