Yemen: l’Oman ritorna a mediare

Pubblicato il 7 settembre 2021 alle 12:27 in Oman Yemen

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Il ministro dell’ufficio reale del Sultanato dell’Oman, Sultan bin Mohammed al Nu’amani, ha tenuto colloqui con l’ambasciatore yemenita a Muscat, Khalid bin Saleh bin Shatif, il 6 settembre. L’incontro si è tenuto mesi dopo la visita di una delegazione omanita a Sanaa, che aveva messo in luce il ruolo di mediatore dell’Oman nella crisi yemenita.

Il 6 settembre, il ministro omanita ha discusso con l’interlocutore yemenita di questioni di cooperazione di mutuo interesse e delle modalità per rafforzare le relazioni tra i propri Paesi. Da parte sua, l’ambasciatore bin Shatif ha ringraziato il Sultanato per gli sforzi profusi nel quadro del dossier yemenita, in collaborazione con gli altri attori internazionali interessati, con l’obiettivo di risolvere il perdurante conflitto civile. Come riportato dal quotidiano al-Arab, l’incontro ha sollevato interrogativi sul ruolo che l’Oman potrebbe svolgere nei prossimi mesi in relazione allo Yemen, soprattutto dopo che, il 5 settembre, ha avuto inizio il mandato del nuovo inviato delle Nazioni Unite, Hans Grundberg.

Risale al 5 giugno scorso la visita di una delegazione omanita nella capitale Sanaa, tuttora controllata dal gruppo sciita. L’obiettivo era convincere gli Houthi a trovare un compromesso per porre fine alle perduranti violenze. Al centro delle discussioni vi è stata soprattutto la riapertura dell’aeroporto della capitale yemenita e le misure a livello umanitario. Rimuovere l’embargo posto dalle autorità yemenite e dall’Arabia Saudita contro l’aeroporto di Sanaa, oltre che sul porto occidentale di Hodeidah, è, ancora oggi, uno dei prerequisiti posti dai ribelli per accettare un cessate il fuoco. In tale quadro, il capo dell’Alto Consiglio politico del gruppo sciita, Mahdi al-Mashat, in una dichiarazione rilasciata il 9 giugno, a margine dei colloqui con i funzionari omaniti, ha affermato che riaprire l’aeroporto di Sana’a e il porto di Hodeidah rappresenta un “diritto umanitario”, a favore della stabilità del Paese e del suo popolo. Per al-Mashat, sono tre i punti su cui il proprio gruppo non cederà, ovvero porre fine all’assedio, alle operazioni via terra, mare e aerea della coalizione, e all’occupazione straniera, non consentendo ad attori stranieri di interferire nelle questioni interne yemenite.

Non da ultimo, il 6 giugno, il ministro degli Esteri omanita, Sayyid Badr bin Hamad al-Busaidi, ha tenuto colloqui con il suo omologo yemenita, Ahmed Awad bin Mubarak. Nel corso dell’incontro, Muscat ha ribadito la propria posizione a sostegno della legittimità, dell’unità e della stabilità dello Yemen, mentre il suo interlocutore ha riferito che il governo yemenita continua a promuovere iniziative per portare pace nel Paese. Tuttavia, i colloqui del 5 e 6 giugno non hanno portato ad alcun risultato tangibile e, nelle settimane successive, le tensioni dentro e fuori i territori yemeniti sono continuate.

Ad oggi, l’esito del conflitto in Yemen risulta essere incerto, soprattutto dopo che gli sforzi internazionali, che hanno visto protagonisti l’ex inviato onusiano, Martin Griffiths, e l’inviato degli USA, Timothy Lenderking, non hanno convinto né gli Houthi né il governo yemenita ad accettare il piano di pace proposto dall’Onu, la cosiddetta “dichiarazione congiunta”. A detta di al-Arab, l’Oman, da parte sua, starebbe provando a cercare un meccanismo per trovare una formula consensuale tra le parti belligeranti. Tuttavia, secondo alcuni analisti, l’approccio di Muscat al dossier yemenita sembra essere più orientato alla sicurezza rispetto alla diplomazia, considerato che quanto accade in Yemen potrebbe avere conseguenze per la sicurezza del Sultanato. Ad ogni modo, i delegati omaniti avrebbero trasmesso agli interlocutori Houthi i messaggi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, mettendoli in guardia dalle conseguenze del perdurante rifiuto di un cessate il fuoco, della continuazione dell’offensiva a Ma’rib e degli attacchi contro il Regno saudita.

La crisi yemenita è scoppiata a seguito del colpo di stato Houthi del 21 settembre 2014 e vede contrapporsi i ribelli sciiti, sostenuti da Teheran, e le forze legate al governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale, legato al presidente Rabbo Mansour Hadi. Dal 26 marzo 2015, l’esercito filogovernativo è coadiuvato da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita, formata anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain.

Uno dei governatorati che continua a destare particolare preoccupazione è Ma’rib, ultima roccaforte delle forze filogovernative nel Nord del Paese. Qui, dalla prima settimana di febbraio 2021, i ribelli hanno lanciato una violenta offensiva, tuttora in corso, volta a conquistare una regione ricca di risorse petrolifere e che consentirebbe loro di completare i propri piani espansionistici. Al momento, però, non sono stati registrati risultati significativi, mentre il peggioramento della situazione umanitaria desta preoccupazione a livello internazionale. La sola città di Ma’rib, capoluogo dell’omonimo governatorato, ospita il 61% degli sfollati yemeniti ed è sede del più grande accampamento del governatorato, al-Jufina. Qui risiedono circa 10.000 famiglie, ovvero oltre 75.000 individui, per la maggior parte donne e bambini.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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