Libia: lanciato il progetto di “riconciliazione nazionale”

Pubblicato il 7 settembre 2021 alle 9:46 in Africa Libia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il presidente del Consiglio presidenziale libico, Mohamed al-Menfi, ha dato ufficialmente il via a un “progetto di riconciliazione nazionale”, il 6 settembre. In tale quadro si inseriscono le operazioni di liberazione di detenuti, da parte di Tripoli, legati al precedente regime. Tra questi, il figlio dell’ex sovrano libico deposto, Saadi Mouammar Gheddafi.

In particolare, al-Menfi ha affermato che le decisioni prese negli ultimi giorni derivano dal desiderio reale della popolazione libica di “voltare pagina” rispetto al passato, superare divergenze e divisioni, fermare lo spargimento di sangue e porre fine alla loro sofferenza. Parallelamente, la portavoce del Consiglio presidenziale libico, Najwa Wahiba, ha affermato che tutte le operazioni di rilascio di prigionieri sono derivate da decisioni giudiziarie, alcune delle quali emanate anni fa. Alla luce di ciò, il Consiglio presidenziale si impegna a coordinarsi con le autorità giudiziarie libiche, per far sì che tutti i detenuti, già assolti, possano essere liberati. Il fine ultimo è portare avanti il processo di riconciliazione nazionale.

L’attenzione è stata rivolta, in particolare, al rilascio di Saadi Gheddafi, seguita da quella del direttore dell’ufficio informazioni dell’ex dittatore libico, Ahmed Ramadan, entrambi detenuti in un carcere di Tripoli da circa sette anni. Ahmed Ramadan è stato definito il braccio destro di Gheddafi, che, dal 1969 fino alla caduta del regime, ha svolto il ruolo di “segretario privato”, fungendo altresì da “scatola dei segreti”. Circa Saadi Gheddafi, questo era stato estradato dal Niger il 6 marzo 2014 e successivamente processato e assolto, nell’aprile 2018, dalla Corte d’Appello di Tripoli Nord per l’omicidio di un ex allenatore della squadra di calcio Al-Ittihad di Tripoli, Bachir Rayani, commesso nel 2005. L’uccisione sarebbe avvenuta mentre Saadi “beveva alcolici in un salotto privato”.

Inoltre, il figlio dell’ex dittatore avrebbe dovuto essere processato per il suo presunto coinvolgimento nella repressione della rivolta che ha posto fine al regime del padre, nel 2011. A tal proposito, secondo le autorità giudiziarie di Tripoli, l’uomo era altresì responsabile di casi criminali e delinquenza relativi a “sequestro di persona, profanazione, lesioni gravi, abuso di posizione, sostegno e finanziamento di gruppi armati”. Ad ogni modo, nonostante l’assoluzione del 2018, Saadi è rimasto in carcere fino al 5 settembre 2021. Il progetto di riconciliazione nazionale annunciato dal Consiglio presidenziale prevede anche la liberazione del capo dei servizi di intelligence e cognato di Gheddafi, Abdullah al-Senussi, in prigione da 2012, di cui è stata chiesta più volte la scarcerazione da parte di gruppi per la difesa dei diritti umani, alla luce delle precarie condizioni di salute.

In tale quadro, il 5 settembre, l’Esercito Nazionale Libico (LNA), tuttora guidato dal generale Khalifa Haftar, ha liberato 8 civili provenienti dalla Libia occidentale, in cambio di 7 prigionieri detenuti dalle forze affiliate a Tripoli. La notizia è stata riferita dal portavoce della Sala operativa di Sirte e Jufra, Abdelhadi Drah, il quale ha specificato che la consegna dei prigionieri ha avuto luogo al posto di blocco situato nell’Ovest di Sirte. Al contempo, un membro del Comitato militare congiunto 5+5 per l’LNA, Emrajea al-Emami, ha dichiarato che, nei prossimi giorni, saranno rilasciati altri detenuti, nel quadro delle operazioni di scambio di prigionieri concordate a seguito del cessate il fuoco.

La liberazione degli 8 civili così come il rilascio del figlio di Gheddafi sono state ben accolte dalle Missione di Sostegno delle Nazioni Unite (UNSMIL), che ha considerato la seconda operazione un passo importante verso il rispetto dello stato di diritto e dei diritti umani, oltre a definirlo uno sviluppo positivo che potrà contribuire a realizzare un processo di riconciliazione nazionale basato sui diritti e a “rafforzare ulteriormente l’unità nazionale”. Lo scambio di prigionieri, invece, è stato visto come una mossa significativa volta a ristabilire la fiducia tra le parti rivali, protagoniste della crisi libica scoppiata il 15 febbraio 2011.

Il tutto si inserisce nel più ampio processo di riconciliazione nazionale, che ha avuto inizio con l’accordo di cessate il fuoco, raggiunto a Ginevra, il 23 ottobre 2020, nel corso del meeting del Comitato militare congiunto 5+5. Quest’ultimo è un organismo composto da membri di entrambe le parti belligeranti, l’LNA e il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). La prima trattativa per lo scambio di prigionieri aveva avuto luogo il 25 dicembre 2020, ed aveva coinvolto 18 prigionieri, tornati alle forze del GNA in cambio della liberazione di 33 prigionieri delle milizie di Haftar.

Lo scambio dei prigionieri è uno dei punti previsto dall’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020. Il patto prevede, tra i diversi punti, la cessazione delle ostilità presso i fronti di combattimento libici, l’allontanamento di forze e mercenari stranieri entro 90 giorni dalla firma dell’intesa e lo scambio di prigionieri tra le parti belligeranti. Ad oggi, è il secondo punto a non aver trovato ancora una piena attuazione. Al contempo, scambiare detenuti è stato spesso visto come uno dei dossier più complessi, considerato che nessuna delle due parti belligeranti è a conoscenza del numero esatto di prigionieri detenuti dal rispettivo avversario, a causa dell’assenza di procedure di documentazione.

Tuttavia, quanto accaduto si colloca nel cammino della Libia verso la transizione democratica auspicata e verso la fine definitiva della perdurante crisi, scoppiata il 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Dopo il cessate il fuoco annunciato il 21 agosto 2020 dal premier del precedente governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj, e dal presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, il 23 ottobre le delegazioni del Governo di Accordo Nazionale e dell’Esercito Nazionale Libico si sono ufficialmente impegnate a garantire una tregua permanente nel Paese, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ciò ha dato nuovo slancio a una mobilitazione politica che ha visto attori libici riunirsi in diverse sessioni di dialogo. Tra queste, quelle del Forum di Dialogo politico, che hanno portato, il 5 febbraio scorso, alla nomina di nuove autorità esecutive temporanee, il governo di unità nazionale, guidato da Abdul Hamid Dbeibah, e il Consiglio presidenziale, con a capo Mohammed al-Menfi e i suoi due vice. L’obiettivo è garantire l’organizzazione di elezioni presidenziali e legislative per il 24 dicembre 2021.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.