Iraq: l’attacco di Kirkuk dimostra che l’ISIS è ancora attivo

Pubblicato il 7 settembre 2021 alle 11:19 in Iraq Medio Oriente

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Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco che, nella notte tra il 4 e il 5 settembre, ha causato la morte e il ferimento di 15 agenti della sicurezza irachena, a Kirkuk, nel Nord-Ovest dell’Iraq. Oltre ad alimentare una più ampia mobilitazione delle forze di sicurezza, quanto accaduto dimostra come le cellule dell’organizzazione terroristica siano ancora attive in Iraq, programmando operazioni nel momento e nel luogo opportuno.

Stando a quanto riportato da fonti della polizia, gli aggressori si sono scontrati per due ore con gli agenti in servizio in un villaggio nella città di Rashad, situata a 30 chilometri a Sud-Ovest di Kirkuk. I militanti hanno poi usato bombe lungo la strada per impedire ai rinforzi delle forze dell’ordine di raggiungere il posto, distruggendo tre veicoli della polizia. Nei giorni successivi, le forze di sicurezza irachene hanno dato il via a operazioni su vasta scala, volte a impedire all’ISIS di condurre nuovi attacchi soprattutto nel Nord del Paese. In tale quadro, il 6 settembre, le autorità irachene hanno annunciato il lancio di un’operazione congiunta tra l’esercito, la polizia federale e le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), volta a perseguire i combattenti dello Stato Islamico nelle province di Diyala e Salah al-Din.

Kirkuk è una delle regioni incluse nel cosiddetto “Triangolo della morte”, di cui fanno parte anche Diyala e Salah al-Din, dove cellule dello Stato Islamico risultano essere ancora attive. Nonostante il 9 dicembre 2017 il governo di Baghdad abbia annunciato la vittoria sull’ISIS, l’Iraq non può dirsi al riparo dalla minaccia terroristica. Come dichiarato dal premier iracheno, Mustafa al-Kadhimi, il 26 gennaio scorso, il terrorismo è ritornato a minacciare il Paese probabilmente con l’obiettivo di minare il percorso verso la democrazia, in vista delle elezioni previste per il 10 ottobre prossimo.

In una sola settimana, circa 30 tra civili e membri delle forze di sicurezza risultano essere stati uccisi o feriti a seguito di attentati dello Stato Islamico. Alla luce delle perduranti minacce, il 7 settembre, funzionari del Ministero della Sicurezza iracheno, in condizioni di anonimato, hanno rivelato che sono state avviate indagini per comprendere come mai la risposta all’attacco del 5 settembre sia stata tardiva. Inoltre, a detta delle fonti, al-Kadhimi potrebbe preso apportare cambiamenti ai vertici delle forze di sicurezza. In particolare, non è da escludersi il licenziamento del comandante della Quinta divisione della polizia federale, il generale Haider al-Matwari, accusato di non aver gestito adeguatamente il dispiegamento delle unità di sicurezza nelle aree a Sud e Sud-Ovest di Kirkuk.  

L’attentato del 5 settembre è stato definito il più letale dell’ultimo anno in un’area, Kirkuk, dove le dispute territoriali hanno indebolito l’apparato di sicurezza. Le controversie riguardano, in particolare, il governo federale di Baghdad e quello regionale di Erbil. Leader e politici curdi hanno richiesto più volte la partecipazione delle forze peshmerga al mantenimento della sicurezza di Kirkuk e la loro integrazione nell’apparato di sicurezza centrale, da cui le forze curde sono state espulse nel 2017, a seguito del referendum sulla secessione della regione del Kurdistan in Iraq. Ciò ha provocato continue controversie, mentre non è stato mai del tutto chiaro chi dovesse occuparsi della sicurezza della regione, consentendo all’ISIS di far leva sulla precaria stabilità per condurre le proprie operazioni.

A facilitare la permanenza dell’organizzazione terroristica è anche la natura geografica del territorio, prevalentemente desertica, in cui risulta essere semplice trovare ripari e nascondigli, mentre è difficile, per le forze irachene, monitorare i movimenti dei militanti jihadisti e prevenire attacchi lampo ed episodi di guerriglia. In tale quadro, il portavoce del Joint Operations Command, il maggiore generale Tahsin al-Khafaji, ha affermato che i servizi di intelligence hanno informazioni sulla presenza dell’ISIS in Iraq e che l’attacco di Kirkuk ha confermato che vi sono dei cosiddetti “incubatori” che sostengono e ospitano membri dell’organizzazione. I militanti sarebbero, pertanto, cittadini locali, non stranieri e si nasconderebbero soprattutto nelle periferie delle città. Motivo per cui, per estirpare tali elementi, a detta del portavoce, non sono sufficienti le tradizionali operazioni dell’esercito, ma è necessario altresì conquistare la fiducia delle popolazioni locali.

Il Global Terrorism Index 2020 colloca l’Iraq alla seconda posizione, dopo l’Afghanistan, tra i 163 Paesi maggiormente colpiti dalla minaccia terroristica, sebbene nel Paese, nel corso del 2019, sia stata registrata una diminuzione del 46% nel numero di vittime provocate dal terrorismo. Parallelamente, come segnalato dai “Country Reports on Terrorism 2019”, l’Iraq rappresenta un membro fondamentale della coalizione internazionale anti-ISIS e partecipa a tutti i diversi gruppi di lavoro ad essa legati, tra cui Foreign Terrorist Fighters, Counter-ISIS Finance Group, Stabilization, and Communications. A detta del medesimo report, la campagna condotta dall’ISIS mira a ristabilire il cosiddetto califfato, un obiettivo che viene perseguito facendo leva sul sostegno delle popolazioni di Ninive, Kirkuk, Diyala, Salah al-Din e Anbar. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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