Sudafrica: concessa la libertà vigilata all’ex presidente Zuma

Pubblicato il 6 settembre 2021 alle 17:28 in Africa Sudafrica

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L’ex presidente sudafricano, Jacob Zuma, ha ottenuto la libertà vigilata per motivi di salute. L’uomo, in prigione dall’8 luglio, era stato condannato ad una pena detentiva di 15 mesi, dalla Corte costituzionale del Paese, per oltraggio alla giustizia, dopo essersi rifiutato di comparire davanti agli inquirenti, a febbraio, nel processo per corruzione a suo carico. Era detenuto nella prigione di Estcourt, nella provincia orientale del KwaZulu-Natal, circa 180 km a Nord-Ovest di Durban, prima di essere ricoverato in ospedale per sottoporsi ad un intervento chirurgico.

“La libertà vigilata per motivi di salute significa che Zuma completerà il resto della sua pena rispettando una serie specifica di condizioni e sarà sottoposto a supervisione fino alla scadenza della sua condanna”, ha riferito, in un comunicato, il Dipartimento penitenziario del Paese, aggiungendo che la decisione è collegata ad un referto medico ricevuto. “Oltre ai malati terminali e a quelli fisicamente inabili, anche i detenuti che soffrono di una malattia che limita gravemente la loro attività quotidiana o la cura di sé possono essere presi in considerazione per la libertà vigilata”, ha specificato il Dipartimento.

La Fondazione Jacob Zuma ha accolto con favore la decisione di far scontare all’ex presidente il resto della pena fuori dal carcere. “È ancora in ospedale in questo momento”, ha affermato la fondazione in una nota, aggiungendo che saranno emesse informazioni più dettagliate “a tempo debito, dopo aver consultato il team legale del presidente Zuma”. L’uomo è ricoverato in ospedale per una patologia sconosciuta dal 6 agosto. Ha subito un intervento chirurgico il 14 agosto.

Nel frattempo, il lungo processo per corruzione di Zuma, su un affare di armi risalente a circa due decenni fa, è stato rinviato il mese scorso al 9 settembre, in attesa di un rapporto medico sulla sua idoneità a sostenere il processo. Le udienze sui molteplici casi giudiziari che riguardano l’ex capo di stato sudafricano sono state ripetutamente rinviate, perchè Zuma e i suoi avvocati si battevano per far cadere le accuse. La sua incarcerazione, a luglio, ha portato a violente rivolte in tutto il Paese. La risposta delle forze di sicurezza e gli scontri con i manifestanti hanno provocato oltre 300 morti, insieme a saccheggi e atti di vandalismo che si stima siano costati alle imprese sudafricane miliardi di rand. Il successore di Zuma, Cyril Ramaphosa, ha descritto i disordini come un tentativo di destabilizzare il Paese e si è impegnato a reprimere i presunti istigatori.

L’ex capo di Stato non si era presentato al processo a suo carico, per reati di corruzione, voluto da Raymond Zondo, vicepresidente della giustizia, a febbraio. Per questo, gli avvocati coinvolti nell’inchiesta si erano rivolti alla Corte costituzionale per chiedere un ordine che stabilisse la sua detenzione. Il tribunale, una settimana fa, ha deciso di imporre a Zuma 15 mesi di carcere a seguito della mancata comparizione davanti agli inquirenti nel processo di febbraio. L’uomo, 79 anni, è accusato di aver consentito il saccheggio delle casse dello Stato durante i quasi nove anni della sua permanenza in carica, da maggio 2009 a febbraio 2018. L’ex presidente sostiene di essere vittima di una “caccia alle streghe” e ritiene che Zondo non sia imparziale nei suoi confronti.

Zuma è stato costretto a dimettersi, nel 2018, dal suo stesso partito, l’African National Congress (ANC), fondato nell’epoca della lotta all’apartheid e al potere ancora oggi, dopo un mandato di nove anni macchiato da scandali di corruzione e accuse di clientelismo. L’ex presidente, tuttavia, ha testimoniato solo una volta, nel luglio 2019, prima di organizzare uno sciopero giorni dopo e di accusare di parzialità Zondo. L’uomo ha sempre ignorato una serie di numerosi inviti a comparire, adducendo spesso motivi medici. Si è ripresentato brevemente in aula a novembre ma ne è uscito poco prima dell’interrogatorio. In quell’occasione, Zondo aveva chiesto l’intervento della Corte costituzionale.

L’ex capo di Stato sudafricano sta affrontando separatamente 16 accuse di frode, corruzione e racket relativi all’acquisto, nel 1999, di aerei da combattimento, motovedette ed equipaggiamento militare da cinque aziende europee di armi, tra cui la francese Thales, per un totale di 30 miliardi di rand, l’equivalente di quasi 5 miliardi di dollari. Al momento dell’acquisto, Zuma era il vice dell’allora presidente Thabo Mbeki. L’ex capo di Stato ha sempre negato che ci sia stata una situazione di corruzione diffusa durante i suoi anni al potere e, domenica 4 luglio, ha lanciato una dichiarazione di sfida nei confronti degli organi giudiziari, scagliandosi contro i giudici e ribadendo l’inadeguatezza del suo mandato di arresto. La Commissione Zondo sta altresì esaminando le accuse secondo cui Zuma avrebbe permesso a tre uomini d’affari di origine indiana, i fratelli Atul, Ajay e Rajesh Gupta, di saccheggiare le risorse statali per controllare il Paese e gli affari del Sudafrica.

Il successore di Zuma, l’attuale presidente Ramaphosa, ha chiesto perdono ai cittadini sudafricani per gli errori del passato e ha promesso riforme e cambiamenti interni che, tuttavia, allo stato attuale, faticano ad arrivare. Gli scandali hanno alimentato l’indignazione, lo sconforto nei confronti della politica e soprattutto hanno danneggiato la reputazione dell’ANC. Ramaphosa ha ammesso che, nel corso degli anni, il partito al governo ha preso coscienza del clientelismo e delle frodi di cui era partecipe, affermando, pochi mesi fa, che “questi episodi sono avvenuti sotto gli occhi del partito, coinvolgendo membri e leader e trovando terreno fertile nelle divisioni e nelle debolezze che hanno caratterizzato l’ANC dal 1994″. Il presidente ha continuato affermando che tutta la classe politica riconosce che il partito avrebbe potuto fare “molto di più” per prevenire l’abuso di potere e l’appropriazione indebita di risorse, che, insieme, hanno fatto sì che il periodo in questione fosse definito come una vera e propria “cattura dello Stato”. 

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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