Bielorussia: condannata a 11 anni l’oppositrice Kolesnikova

Pubblicato il 6 settembre 2021 alle 13:15 in Bielorussia Europa

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Le autorità della Bielorussia hanno annunciato, lunedì 6 settembre, di aver condannato a 10 anni di carcere due figure di spicco delle forze di opposizione del Paese, l’attivista Maria Kolesnikova e il suo avvocato, Maxim Znak. Tale decisione è stata presa dal Tribunale regionale di Minsk ed è stata riportata dall’agenzia di stampa russa TASS. Kolesnikova è stata una delle organizzatrici delle proteste senza precedenti che si sono svolte in Bielorussia, nell’agosto 2020, a seguito della rielezione del presidente del Paese, Alexander Lukashenko. Secondo il verdetto del Tribunale di Minsk, la donna è stata condannata a 11 anni di carcere mentre il suo legale a 10 anni. Inoltre, i due sono stati definiti come “estremisti”, un’etichetta che le autorità del Paese utilizzano per indicare coloro che si oppongono e contestano la presidenza di Lukashenko. Secondo quanto riferito dalla testata indipendente russa, The Moscow Times, Kolesnikova è stata arrestata nella notte tra il 7 e l’8 settembre 2020 da parte dei servizi segreti bielorussi, il KGB. Durante l’operazione di arresto, stando alla suddetta testata, gli agenti del KGB hanno incappucciato la donna, l’hanno privata del proprio passaporto e l’hanno posta su un veicolo, il quale era diretto al confine con l’Ucraina. Successivamente, a partire dal 16 settembre 2020, è stato avviato il processo penale contro Kolesnikova, sulla quale, inizialmente, pendevano le accuse di tentato colpo di Stato. Successivamente, nel febbraio scorso, sulla condanna della 39enne si sono aggiunte le accuse di “cospirazione” e “estremismo”.

Kolesnikova, insieme a Svetlana Tikhanovskaya e Veronika Tsepkalo, fanno parte del trio di donne che, nell’agosto e nel settembre 2020, ha organizzato gran parte delle proteste per contestare la validità delle elezioni del 9 agosto 2020 che hanno riconfermato Lukashenko. Sia Tikhanovskaya sia Tsepkalo sono state costrette a fuggire dal Paese, al fine di evitare condanne analoghe a quelle contro Kolesnikova. Gli ultimi sviluppi sono da collocare nel quadro della crescente repressione politica perpetrata dal regime di Lukashenko. In tale quadro, è opportuno menzionare tre episodi chiave che hanno rivelato all’Occidente il volto della dura linea politica adottata contro le forze antigovernative.

L’episodio più recente si è verificato il 3 agosto scorso, quando un attivista bielorusso, Vitaly Shishov, era stato trovato morto impiccato in un parco a Kiev in circostanze sospette. È per tale ragione che le Forze dell’ordine ucraine avevano affermato che si poteva trattare di un “omicidio mascherato da suicido”. Tali supposizioni avevano poi trovato conferma nelle testimonianze rilasciate da persone vicine alla vittima, secondo le quali, nell’ultimo periodo, Shishov lamentava di essere “seguito da estranei” durante l’attività di jogging. In tale quadro, è importante ricordare che l’uomo era il direttore di Belarusian House in Ukraine (BDU), un’Ong che fornisce assistenza legale ai cittadini bielorussi residenti in Ucraina che intendono sfuggire alla persecuzione politica del regime autoritario di Lukashenko. Shishov era fuggito in Ucraina nell’agosto 2020, a seguito delle contestate elezioni presidenziali.

Il secondo episodio che ha avuto significativa risonanza a livello internazionale si è verificato il 2 agosto. In tale occasione, l’atleta bielorussa Krystsina Tsimanouskaya, che era impegnata nei Giochi olimpici di Tokyo 2020, si era recata all’Ambasciata polacca a Tokyo per chiedere asilo politico dopo aver denunciato il tentativo delle autorità di Minsk di rimpatriarla perché aveva espresso forti critiche contro il presidente bielorusso. Nel corso della giornata, l’atleta aveva poi ricevuto un visto umanitario dalla Polonia, che l’ha sostenuta insieme alla comunità occidentale.

Tuttavia, l’escalation è iniziata qualche mese prima, il 23 maggio. In tale data, il capo di Stato di Minsk, servendosi del pretesto di una presunta bomba a bordo, aveva ordinato al volo Ryanair Atene-Vilnius di atterrare nella capitale bielorussa. In realtà, lo scopo era l’arresto dell’attivista Roman Protasevich, un personaggio scomodo nel Paese poiché impegnato in attività volte a denunciare l’illegalità delle azioni del regime, tra cui la violazione dei diritti umani. Co-fondatore di Nexta, uno dei più importanti canali informativi su Telegram, Protasevich ha anche organizzato numerose proteste antigovernative, principalmente per denunciare i brogli elettorali che hanno portato alla vittoria di Lukashenko alle elezioni del 10 agosto 2020. Tale episodio, definito da Bruxelles “un atto di pirateria”, è stato condannato attraverso una forte ondata di sanzioni imposte da Unione EuropeaStati Uniti, Canada, Gran BretagnaMacedonia del Nord, Montenegro, Albania, Islanda e Norvegia.

 Le tensioni tra le forze di opposizione e Lukashenko hanno avuto inizio a partire dall’agosto 2020. In tale mese, la Bielorussia è stata scossa da una forte mobilitazione popolare, scoppiata dopo che Lukashenko, al potere dal 1994, è stato dichiarato il vincitore delle elezioni, guadagnandosi un sesto mandato presidenziale, seppur tra accuse di brogli elettorali, rivolte anche dall’Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell. Ciò ha portato decine di migliaia di manifestanti a scendere in piazza, incontrando, però, la repressione delle forze dell’ordine, oltre ad arresti e torture. Secondo i dati ufficiali di marzo 2021, più di 400 persone sono state condannate con l’accusa di aver preso parte alle proteste, mentre sono stati 30.000 gli arresti. Anche i media sono stati presi di mira. A tal proposito, Reporters Without Borders ha designato la Bielorussia come il luogo più pericoloso d’Europa per i giornalisti.

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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