Afghanistan: la resistenza del Panjshir è pronta al dialogo

Pubblicato il 6 settembre 2021 alle 9:07 in Afghanistan Asia

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Il leader del gruppo di resistenza afghano anti-talebano della valle del Panjshir, a Nord di Kabul, ha annunciato di aver accolto la proposta di negoziare un accordo per mettere fine ai combattimenti.

Domenica 5 settembre, Ahmad Massoud, che guida l’autoproclamato Fronte di Resistenza Nazionale dell’Afghanistan (noto con l’acronimo NRFA) ha annunciato la notizia sulla sua pagina Facebook. Nelle ore precedenti, le forze talebane avevano affermato di essersi fatte strada verso la capitale provinciale del Panjshir e di aver conquistato i distretti circostanti. “La NRF in linea di principio accetta di risolvere i problemi attuali e porre fine immediatamente ai combattimenti e continuare i negoziati”, ha scritto Massoud. “Per raggiungere una pace duratura, la NRF è pronta a smettere di combattere a condizione che i talebani cessino anche i loro attacchi e movimenti militari a Panjshir e Andarab”, ha aggiunto, facendo riferimento ad un distretto nella vicina provincia di Baghlan.

La proposta di negoziare sarebbe arrivata dall’ulema, un gruppo di leader religiosi afghani, che hanno sottolineato la necessità di riunirsi, insieme alle due parti in conflitto, per trovare una soluzione alla situazione in Afghanistan. A tale proposito, i media afghani avevano riferito che gli studiosi religiosi avevano già invitato i talebani ad accettare un accordo per porre fine ai combattimenti nel Panjshir. Il gruppo non ha reso nota alcuna risposta, per il momento. Sul fronte opposto, le parole di Massoud arrivano lo stesso giorno in cui il NRFA ha confermato che il suo principale portavoce, Fahim Dashti, era stato ucciso. Dashti era sopravvissuta all’attacco suicida che aveva causato la morte del famoso leader della resistenza locale, il padre di Massoud, Ahmad Shah Massoud, il 9 settembre 2001, pochi giorni prima degli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti.

Il Panjshir, un’aspra valle ancora disseminata di relitti di carri armati sovietici distrutti durante la lunga guerra degli anni ’80 contro Mosca, è una zona che si è rivelata molto difficile da conquistare in passato. Sotto Ahmad Shah Massoud, la regione ha resistito a lungo al controllo sia dell’esercito sovietico sia del governo talebano che si era imposto dal 1996 al 2001. Questo sforzo è stato supportato dalle rotte di rifornimento per la valle provenienti dal Nord, che sono state chiuse dai talebani, circa un mese fa. I combattimenti del Panjshir sono stati l’esempio più eclatante di resistenza ai talebani. Tuttavia, in diverse città si sono svolte anche piccole proteste per i diritti delle donne o in difesa della bandiera e delle istituzioni afghane.

Venerdì 3 settembre, alcune fonti interne ai talebani avevano affermato che il gruppo aveva preso il controllo sulla provincia. Tuttavia, lo stesso giorno, alcuni leader della resistenza locale hanno però negato la notizia diffusa dai talebani. Nonostante la presa della valle non fosse stata confermata, nella capitale afghana Kabul, che dal 15 agosto è sotto il controllo talebano, sono state sparate raffiche di spari celebrativi. Inoltre, sul web, molti account Facebook del gruppo erano pieni di menzioni sulla caduta del Panjshir.

Gli scontri nell’area si erano intensificati a seguito del fallimento delle negoziazioni tra le due parti, in concomitanza con il ritiro delle ultime truppe statunitensi dall’Afghanistan, nelle prime ore del 31 agosto. Intanto, a Kabul, si attende l’annuncio dei talebani sul nuovo governo. Secondo le prime notizie trapelate, il mullah Hebatullah Akhundzada guiderà il Paese, come leader, mentre il capo dell’esecutivo dovrebbe essere il co-fondatore del gruppo, il mullah Abdul Ghani Baradar.  Intanto, i talebani hanno già nominato i governatori delle 34 province, i capi di polizia e i comandanti per province e distretti. 

L’Afghanistan vive una situazione di instabilità e conflitto ormai da decenni. L’intervento degli Stati Uniti, nel 2001, seguito dal sostegno offerto dalla NATO con la missione International Security and Assistance Force (ISAF), dell’agosto 2003, aveva garantito il rovesciamento del regime teocratico dei talebani che era stato imposto quasi nella totalità del nel Paese, tra il 1995 e il 1996, a seguito del ritiro sovietico e di sanguinose lotte interne. Tuttavia, le attività dei talebani non si sono mai arrestate del tutto e il gruppo ha continuato ad effettuare attacchi contro le forze armate locali e le truppe della NATO schierate in Afghanistan. Nel corso degli anni, il gruppo militante islamista ha ciclicamente perso e riconquistato terreno. 

Dopo quasi due decenni di conflitto, è stato firmato uno “storico” accordo di pace tra USA e talebani, il 29 febbraio 2020 a Doha, in Qatar, dalla precedente amministrazione statunitense, guidata da Donald Trump. L’intesa non ha mai messo fine alle violenze. Considerata la perdurante instabilità, il 29 gennaio scorso, il nuovo presidente degli USA, Joe Biden, aveva annunciato di voler riesaminare l’accordo, mettendo in dubbio il ritiro completo delle forze armate. Tuttavia, il 14 aprile, Washington aveva confermato che tutte le truppe avrebbero abbandonato l’Afghanistan entro settembre, tre mesi più tardi rispetto alla scadenza concordata dall’amministrazione Trump. Nel frattempo, le offensive su tutto il territorio afghano hanno cominciato ad intensificarsi, fino a culminare nella presa di Kabul, il 15 agosto. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione