Afghanistan: ancora combattimenti nella valle del Panjshir

Pubblicato il 3 settembre 2021 alle 15:47 in Afghanistan Asia

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I combattimenti tra i talebani e le forze di resistenza si sono intensificati nella provincia settentrionale del Panjshir e almeno 400 famiglie sono fuggite dall’area, a causa degli scontri. 

Secondo quanto riferito da al-Jazeera English, il 3 settembre, i residenti della vicina provincia di Parwan affermano che le battaglie si sono intensificate negli ultimi 4 giorni, a causa degli scontri tra i talebani e le forze comandate da Ahmad Massoud, il figlio del noto comandante deceduto, Ahmad Shah Massoud. “I combattimenti sono peggiorati ogni notte”, ha raccontato Asadullah, 52 anni. Lui e altri residenti del distretto di Jab al-Seraj a Parwan hanno riferito che i combattimenti avvengono principalmente relegati sulle montagne, ma la maggior parte dei residenti non vuole comunque rimanere nella zona. Nella giornata del 3 settembre, sono stati diffusi video e foto del fumo che proveniva dall’area degli scontri tra le due fazioni. 

Inoltre, alcuni residenti hanno raccontato che nei giorni che hanno portato alla caduta di Kabul, il 15 agosto, hanno visto ex soldati dell’esercito nazionale afghano delle province di Kunduz, Baghlan, Kapisa, Parwan e Takhar dirigersi verso il Panjshir, dopo la caduta di quelle province. Secondo quanto riferito, quei soldati stavano trasportando veicoli e attrezzature militari. Tuttavia, con poche informazioni in entrata e in uscita dalla valle del Panjshir, è difficile verificare tali affermazioni. La strada per raggiungere la provincia da Parwan è bloccata e anche i servizi di telefonia mobile sono limitati. 

Il 2 settembre, i talebani hanno annunciato di aver preso il controllo del centro del distretto di Shutul, nel Panjshir, insieme a 11 avamposti controllati dalle forze di opposizione. Un membro della cosiddetta Commissione Culturale dei talebani ha affermato che 34 membri delle forze di opposizione sarebbero stati uccisi negli scontri iniziati la notte tra il primo e il 2 settembre. Tuttavia, le forze armate fedeli ad Ahmad Massoud hanno negato tali cifre e hanno dichiarato che sono stati i talebani a subire pesanti perdite. Un portavoce del fronte di opposizione, Fahim Dashti, ha riferito che 350 combattenti talebani sono stati uccisi e almeno 290 sono rimasti feriti negli scontri degli ultimi 4 giorni. Anche i talebani hanno respinto tali cifre.

Gli scontri si sono intensificati a seguito del fallimento delle negoziazioni tra le due parti, in concomitanza con il ritiro delle ultime truppe statunitensi dall’Afghanistan, nelle prime ore del 31 agosto. Intanto, a Kabul, si attende l’annuncio dei talebani sul nuovo governo. Secondo le prime notizie trapelate, il mullah Hebatullah Akhundzada guiderà il Paese, come leader, mentre il capo dell’esecutivo dovrebbe essere il co-fondatore del gruppo, il mullah Abdul Ghani Baradar.  Intanto, i talebani hanno già nominato i governatori delle 34 province, i capi di polizia e i comandanti per province e distretti. 

Dalla caduta di Kabul, il 15 agosto, quella del Panjshir è stata l’unica provincia a resistere, continuando a sfuggire al controllo dell’autoproclamato Emirato Islamico dell’Afghanistan. Fahim Dashti, portavoce di quelle che si definiscono le “Forze di Resistenza Nazionali” (note con l’acronimo inglese NRF), un gruppo fedele al leader locale Ahmad Massoud, ha riferito la notizia di combattimenti all’ingresso occidentale della valle, già il 30 agosto.  La valle del Panjshir è un simbolo della resistenza nel Paese, perché è proprio lì che un popolare leader tagiko, padre dell’attuale comandante Massoud, resistette strenuamente alle offensive sovietiche nel corso dell’invasione dell’Afghanistan. Il 22 agosto, Massoud, le cui forze includono resti dell’esercito regolare e unità delle forze speciali, ha chiesto di avviare negoziati per formare un governo inclusivo per l’Afghanistan. 

L’Afghanistan vive una situazione di instabilità e conflitto ormai da decenni. L’intervento degli Stati Uniti, nel 2001, seguito dal sostegno offerto dalla NATO con la missione International Security and Assistance Force (ISAF), dell’agosto 2003, aveva garantito il rovesciamento del regime teocratico dei talebani che era stato imposto quasi nella totalità del nel Paese, tra il 1995 e il 1996, a seguito del ritiro sovietico e di sanguinose lotte interne. Tuttavia, le attività dei talebani non si sono mai arrestate del tutto e il gruppo ha continuato ad effettuare attacchi contro le forze armate locali e le truppe della NATO schierate in Afghanistan. Nel corso degli anni, il gruppo militante islamista ha ciclicamente perso e riconquistato terreno. 

Dopo quasi due decenni di conflitto, è stato firmato uno “storico” accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato il 29 febbraio 2020 a Doha, in Qatar, dalla precedente amministrazione statunitense, guidata da Donald Trump. Tuttavia, l’intesa non ha mai messo fine alle violenze, e, considerata la perdurante instabilità e l’aumento degli scontri, il 29 gennaio scorso, il nuovo presidente degli USA, Joe Biden, aveva annunciato di voler riesaminare l’accordo con i talebani, mettendo in dubbio il ritiro completo delle forze armate.

Tuttavia, il 14 aprile, Washington aveva confermato che tutte le truppe statunitensi avrebbero abbandonato l’Afghanistan entro settembre, tre mesi più tardi rispetto alla scadenza concordata dall’amministrazione Trump, fissata per il primo maggio. Ciò ha portato i talebani ad affermare che non avrebbero partecipato ad iniziative diplomatiche fino a quando i soldati stranieri si sarebbero trovati nel proprio Paese. Nel frattempo, le offensive su tutto il territorio afghano hanno cominciato ad intensificarsi, fino a culminare nella presa di Kabul, il 15 agosto. 

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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