Vertice trilaterale in Egitto: focus sulla pace tra israeliani e palestinesi

Pubblicato il 2 settembre 2021 alle 17:04 in Egitto Giordania Palestina

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Il Cairo ha ospitato oggi, giovedì 2 settembre, un vertice trilaterale tra Egitto, Giordania e Autorità palestinese, in cui sono state prese in esame questioni regionali di mutuo interesse, in primis le tensioni tra israeliani e palestinesi. Da parte loro, Amman e Il Cairo hanno ribadito il proprio sostegno alla “causa palestinese”.

L’incontro ha visto protagonisti il capo di Stato egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, il sovrano del Regno hashemita della Giordania, il re Abdullah II, e il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas. Come specificato da al-Sisi, il summit è stato composto sia da colloqui a porte chiuse sia da un dialogo con le delegazioni dei tre Paesi. In particolare, nel corso del vertice, è stata ribadita la necessità di profondere sforzi congiunti per rilanciare il processo di pace e i negoziati tra israeliani e palestinesi, sulla base dei riferimenti di legittimità internazionale e tenendo conto delle conseguenze negative che potrebbero derivare da una mancata risoluzione del conflitto israeliano-palestinese, in quanto ciò avrebbe un impatto sulla sicurezza e la stabilità dell’intera regione mediorientale.

Nella dichiarazione congiunta rilasciata a margine del summit, le tre parti hanno espresso il proprio rifiuto verso qualsiasi misura che possa “minare una soluzione a due Stati” e che, al contempo, “minaccerebbe le opportunità di pace nella regione”. Il Cairo e Amman hanno pertanto ribadito il proprio sostegno alla “causa palestinese” e la propria posizione contraria a qualsiasi “cambiamento unilaterale sul terreno” che pregiudichi la formazione di uno Stato palestinese, secondo i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale.

L’Egitto, da parte sua, ha parlato di come riprendere i negoziati di pace e stabilire una tregua a lungo termine nella Striscia di Gaza, oltre alle operazioni di ricostruzione nell’enclave. A tal proposito, per il Cairo è necessario che i gruppi palestinesi pongano fine alle divergenze fra loro e si impegnino nel raggiungimento di una soluzione politica. Al-Sisi ha poi affermato che il proprio Paese continuerà a sostenere la popolazione palestinese e la sua causa, con l’obiettivo di favorire il rispetto dei loro diritti legittimi. Abbas, dall’altro lato, ha riferito che il processo di riconciliazione palestinese è, al momento, sospeso, ma che sono stati avviati colloqui in merito in Egitto, Turchia, Qatar e a Ramallah. Ad ogni modo, per il presidente dell’Autorità palestinese, è necessario che Hamas riconosca la “legittimità internazionale”, e solo quando ciò avverrà potrà essere immediatamente formato un governo di unità nazionale. Inoltre, a detta di Abbas, non si terranno elezioni senza Gerusalemme.

Anche la Giordania si è detta concorde della necessità di raggiungere una pace a lungo termine tra israeliani e palestinesi, nel quadro di una soluzione politica. Un altro dossier toccato da re Abdullah II e al-Sisi è poi stato anche il Libano, Paese segnato da una grave crisi economica e un perdurante stallo politico, oltre alle relazioni tra Amman e Il Cairo e alle modalità per rafforzarle ulteriormente, sia a livello bilaterale, sia nella cornice del meccanismo di cooperazione tripartita con l’Iraq, soprattutto in ambito economico e commerciale. Il monarca giordano ha poi espresso l’entusiasmo del suo Paese di beneficiare delle iniziative di sviluppo dell’Egitto in tutti i campi, attraverso lo scambio di esperienze e gli investimenti congiunti, alla luce del processo di sviluppo globale e dei principali progetti nazionali in fase di attuazione nel Paese Nord-africano.

Diversi analisti ritengono che Il Cairo desideri conquistare un ruolo all’interno della causa palestinese e creare un ambiente idoneo alla ripresa di un processo politico, che si basi sulle leggi e disposizioni internazionali considerate legittime. In tal modo, il Paese Nord-africano potrebbe vedere rafforzato il proprio ruolo a livello regionale, così che l’amministrazione statunitense affidi all’Egitto la risoluzione di questioni simili e la missione di prevenire conflitti nella regione. Tuttavia, sono diverse le sfide che la parte egiziana deve affrontare. Tra queste, la riluttanza di Hamas a partecipare in un governo di unità nazionale e la sua determinazione a guidare il popolo palestinese, presentandosi come un’alternativa all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

La Giordania, anche a seguito dell’escalation tra Israele e palestinesi, durata dal 10 al 21 maggio, aveva ribadito la propria posizione a fianco del popolo palestinese. A tal proposito, il premier giordano, Bisher al-Khasawneh, il 31 maggio, nel corso di un incontro con il suo omologo palestinese, Mohammad Ibrahim Shtayyeh, aveva affermato che Amman si stava impegnando, profondendo anche sforzi diplomatici, a sostegno della causa e dei diritti del popolo palestinese. L’obiettivo era consolidare il cessate il fuoco, preservare lo status quo di Gerusalemme e frenare le misure unilaterali di Israele all’interno dei territori palestinesi, tra cui la costruzione di insediamenti e la confisca di terre.

Il vertice del 2 settembre giunge mesi dopo la violenta escalation a Gaza. Questa ha avuto inizio quando, il 10 maggio, dopo giorni di tensioni, Hamas ha avvertito il governo di Tel Aviv che avrebbe avviato un attacco su larga scala qualora le forze israeliane non si fossero ritirate dalla Spianata delle Moschee e dal monte del Tempio, oltre che dal compound di al-Aqsa, entro le 2:00 del mattino. Alla luce della mancata risposta da parte israeliana, il gruppo ha iniziato a lanciare razzi contro Gerusalemme già dalla sera del 10 maggio e, nel corso dei giorni successivi, le offensive sono proseguite con attacchi da ambo le parti. Dopo 11 giorni di combattimenti, alle 2:00 di mattina del 21 maggio è entrato in vigore a Gaza un cessate il fuoco, mediato dall’Egitto, che sembra essere tuttora rispettato.

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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