Tunisia: Ennahda si assume la responsabilità della crisi

Pubblicato il 2 settembre 2021 alle 13:16 in Africa Tunisia

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Il partito tunisino Ennahda, movimento islamista moderato, ha affermato di essere in parte responsabile della situazione vissuta dal Paese negli ultimi anni, accanto ai partiti che hanno governato la Tunisia dal 2011. Per Ennahda, sono le mosse in materia di governance e gestione del Paese degli ultimi anni che hanno portato il presidente, Kais Saied, a prendere decisioni radicali, il 25 luglio scorso.

Le dichiarazioni sono giunte in un comunicato diffuso nella sera del primo settembre, a margine dell’ultima riunione dell’ufficio esecutivo provvisorio che gestisce gli affari del partito, svoltasi sotto la supervisione del leader del movimento, Rachid Ghannouchi, altresì presidente del Parlamento. Ennahda, primo partito nella coalizione di governo, ha affermato di aver commesso errori da ritenersi alla base della crisi sociale, economica e sanitaria in cui versa la Tunisia. Motivo per cui, il movimento ha riferito di comprendere la rabbia della popolazione tunisina, ed è disposto a effettuare una “valutazione seria e obiettiva” del suo operato, oltre a “profonde revisioni”, nel corso della prossima conferenza del partito, il cui obiettivo sarà rinnovare programmi e visioni e aprire nuovi orizzonti ai giovani. Nella medesima riunione del primo settembre, Ghannouchi ha dichiarato che presto verrà annunciata la formazione del nuovo ufficio esecutivo.

Quest’ultimo era stato sciolto il 23 agosto scorso, data in cui il leader ha licenziato tutti i membri dell’ufficio politico del movimento, con l’obiettivo di riformarlo e far sì che sia in grado di rispondere alle esigenze del partito. Ciò è avvenuto dopo che Ghannouchi ha dovuto far fronte ad aspre critiche da parte dei membri di Ennahda, che l’hanno accusato di non aver gestito in modo adeguato la crisi politica derivante dalle decisioni di Saied del 25 luglio, così come le problematiche sorte sin dalla sua elezione, nel 2019. Esponenti dell’opposizione, interni ad Ennahda, avevano altresì minacciato di dividersi dal movimento e formare un nuovo partito politico, nel caso di mancate dimissioni di Ghannouchi e di mancata revoca delle misure del 25 luglio. Successivamente, il partito ha formato un comitato volto a gestire la crisi e cercare soluzioni per evitare che la situazione degenerasse ulteriormente e riportare normalità all’interno delle istituzioni tunisine.

In tale quadro, oggi, giovedì 2 settembre, Ghannouchi ha licenziato un leader di spicco del partito, Imad al-Hamami, e ha stabilito di deferirlo al Comitato di Sistema, a causa di quelle che ha definito “ripetute trasgressioni” contro la politica del movimento. Al- Hamami ha più volte criticato le politiche del presidente parlamentare, esortandolo a dimettersi dalla leadership del partito, mentre si è detto a favore delle decisioni prese da Saied il 25 luglio, definite coraggiose e positive, in contrapposizione con la posizione di Ennahda. Secondo alcuni, il licenziamento di Hamami si inserisce nel quadro delle mosse di Ghannouchi volte a mettere a tacere le voci di dissenso, mostrando, al contempo, l’intenzione di rinnovare il movimento.

La situazione di caos in Tunisia ha avuto inizio il 25 luglio, quando il capo di Stato tunisino ha rimosso dal suo incarico il primo ministro, Hichem Mechichi, e ha sospeso le attività del Parlamento per trenta giorni, accentrando su di sé tutta l’autorità esecutiva, mentre i deputati sono stati privati della loro immunità parlamentare. Ennahda ha inizialmente definito la mossa di Saied un “colpo di Stato” e ha esortato la presidenza a indire nuove elezioni legislative e presidenziali, mettendo in guardia da qualsiasi ritardo che verrebbe considerato “un pretesto per mantenere in piedi un regime autocratico”. Poi, il 4 agosto, il medesimo partito ha assunto toni più moderati, sottolineando che gli eventi degli ultimi giorni possono rappresentare un’opportunità per portare avanti il cammino di transizione democratica. Il presidente Saied, da parte sua, ha più volte ribadito di aver agito per salvare le istituzioni statali e di aver rispettato la Costituzione, con particolare riferimento all’articolo 80, e i diritti del popolo tunisino.

Ad oggi, la popolazione tunisina continua ad attendere la formazione di un nuovo esecutivo, dopo che, il 23 agosto, le “misure straordinarie” sono state estese fino a nuovo ordine. Nel frattempo, la Confederazione generale del lavoro tunisina (UGTT) ha continuato a lanciare appelli, esortando il capo di Stato a formare un nuovo esecutivo e a stabilire quali saranno le prossime mosse che porranno fine allo “stato di emergenza” annunciato il 25 luglio. Come affermato, il primo settembre, dal vicesegretario Sami Tahiri, ciò che viene richiesto è un qualsiasi tipo di governo, “un governo di salvataggio, un governo di unità, un governo tecnocratico, un governo amministrativo, un governo di gestione”. “L’importante è che sia un esecutivo formato da una squadra e un capo in armonia fra loro, i cui percorsi siano chiari”, ha dichiarato Tahiri, secondo cui il rischio è che si vada verso il “non Stato” e la “disintegrazione” delle istituzioni politiche tunisine.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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