Rep. Dem. del Congo: continuano le violenze nel Nord Kivu

Pubblicato il 1 settembre 2021 alle 15:00 in Africa Rep. Dem. del Congo

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Il 31 agosto, i familiari delle vittime hanno protestato per la crescente violenza nella città di Goma, dove due civili sono stati uccisi in uno scontro a fuoco scoppiato il giorno precedente, nonostante la massiccia presenza di forze armate, dovuta all’imposizione dello “stato di assedio” nella regione. 

Goma è situata nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), sulla riva settentrionale del Lago Kivu. È il capoluogo della provincia del Nord Kivu, ha una popolazione di quasi 250.000 abitanti ed è anche la sede dei principali servizi di sicurezza del Paese africano. A seguito dello scontro a fuoco, che si è verificato la notte tra il 30 e il 31 agosto, le famiglie delle vittime si sono riunite per esprimere il loro dolore, lo shock e l’incredulità. “Non sappiamo se c’è uno stato d’assedio perché non vediamo i risultati, le persone continuano a essere uccise, anche le rapine si sono moltiplicate, se si cammina con una borsetta, i teppisti spariscono con essa, e comunque noi soffriamo, abbiamo bisogno di aiuto”, ha dichiarato un residente, citato dalla stampa locale. 

La sparatoria, di cui i responsabili sono al momento non noti, è la prima dalla proclamazione dello stato d’assedio, ma la situazione rimane critica nella regione. Proprio a causa di queste violenze, il 6 maggio, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi, aveva proclamato lo “stato d’assedio” nel Nord Kivu e nella vicina provincia di Ituri, nel tentativo di frenare la crescente insicurezza e intensificare la lotta contro i gruppi armati. A seguito di tale decisione, numerosi alti funzionari civili sono stati sostituiti da ufficiali dell’esercito. Tuttavia, le nuove misure non sono riuscite a frenare le violenze. 

Dall’inizio del 2021, una nuova ondata di attacchi da parte di gruppi armati e scontri inter-comunitari hanno causato la morte di oltre 300 persone in RDC, aggravando la crisi umanitaria nel Paese. Già il 29 aprile, Tshisekedi aveva annunciato che stava preparando “misure radicali” per affrontare la situazione nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Inoltre, l’11 marzo, il Dipartimento di Stato degli USA aveva designato lo Stato Islamico in Repubblica Democratica del Congo (ISIS-DRC), riferendosi alle Forze Democratiche Alleate (note con l’acronimo dall’inglese, ADF), come gruppo terroristico estero e lo aveva inserito nella lista dei Special Designated Global Terrorists (SDGTs). Le ADF erano state precedentemente sanzionate dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite nel 2014 per le violenze e atrocità commesse. 

Tuttavia, oltre 100 gruppi armati sono attualmente attivi in Repubblica Democratica del Congo. Secondo il Kivu Security Tracker, le Forze Democratiche Alleate, le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), l’Alleanza dei Patrioti per un Congo Libero e Sovrano (APCLS) e il Nduma Defense of Congo-Rénové (NDC-R) sono responsabili di oltre un terzo delle violenze nel Paese e della metà dei civili che vengono uccisi. Tra questi gruppi, le ADF si distinguono per la loro mortalità, in quanto gli sono attribuibili il 37% delle uccisioni di civili. In tale contesto, anche l’ambasciatore italiano nel Paese, Luca Attanasio, e del carabiniere della sua scorta, Vittorio Iacovacci, sono stati uccisi il 22 febbraio, in un attacco effettuato da un gruppo armato, sul quale l’Italia e il Congo stanno ancora investigando. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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