Guatemala: ordinato processo per genocidio contro 2 ex generali

Pubblicato il 31 agosto 2021 alle 10:35 in America centrale e Caraibi

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Un giudice del Guatemala ha ordinato che due ex generali di alto rango vengano processati con l’accusa di genocidio per fatti commessi circa quattro decenni fa, quando il Paese centroamericano era in preda alla guerra e a massacri di civili, per lo più indigeni.

Nella sua sentenza, il giudice Miguel Angel Galvez ha autorizzato il processo contro gli ex generali Manuel Benedicto Lucas e Manuel Antonio Callejas per genocidio, crimini contro l’umanità e rapimenti forzati commessi dal 1978 al 1982 in un caso in cui sono state uccise oltre 1.700 persone in 31 massacri separati. Gli omicidi sono avvenuti nella regione settentrionale di Quiche, patria di molti Maya indigeni. Al momento dei crimini di cui sono stati accusati, Manuel Benedicto Lucas, fratello dell’allora presidente Romeo Lucas, era ufficiale di terzo grado dell’esercito, mentre Manuel Antonio Callejas era responsabile dell’intelligence nazionale. I due, entrambi 85enni, sono detenuti dal 2016 in detenzione preventiva in una struttura medica militare nella capitale del Guatemala. A giugno, il giudice Galvez aveva accusato separatamente altri 6 ex membri dell’esercito per la loro presunta partecipazione nell’uccisione e nella sparizione forzata di almeno 183 civili durante 36 anni di guerra civile.

Il Guatemala sta ancora cercando di riprendersi dal conflitto, che si è concluso nel 1996 ed è costato la vita a più di 200.000 persone. Altre 45.000 risultano ancora scomparse. La guerra vide contrapposti gli insorti di sinistra, per lo più Maya, e il governo, che, sostenuto dagli Stati Uniti, intraprese una dura campagna per eliminare i guerriglieri. Relativamente poche persone sono state processate per i crimini commessi durante gli scontri, ma, secondo le Nazioni Unite, l’esercito sarebbe responsabile della maggior parte delle atrocità registrate nel corso della guerra. 

Il Paese possiede ancora oggi una forte cultura indigena. Tuttavia, i Maya, pur costituendo circa la metà della popolazione, sono costretti ad affrontare situazioni di profonda disuguaglianza, come testimoniato da vari gruppi di attivisti per i diritti umani. La nazione rappresenta poi un importante corridoio per il contrabbando di droga.

A livello politico, una recente crisi ha scosso la presidenza di Alejandro Giammattei, leader conservatore eletto a capo di Stato nel gennaio 2020. Il 20 novembre dello scorso anno, ampie proteste erano esplose contro il suo governo dopo l’approvazione di un bilancio controverso relativo all’anno 2021 che prevedeva, tra le altre cose, tagli alla spesa per l’istruzione e la salute. In particolare, i manifestanti ritenevano che i legislatori guatemaltechi avessero negoziato e approvato il bilancio in segreto e che avessero approfittato della distrazione causata dalle conseguenze della diffusione del coronavirus e dell’arrivo degli uragani Eta e Iota nel Paese centro-americano. Oltre a questo, i manifestanti lamentavano anche recenti mosse della Corte Suprema e del procuratore generale che, a loro dire, avrebbero ostacolato la lotta alla corruzione.

La popolazione aveva dunque iniziato ad esprimere il proprio malcontento sulle piattaforme dei social media, per poi ritrovarsi in strada, dove si erano verificati i primi scontri. Le proteste avevano raggiunto il culmine il 21 novembre, con l’incendio del Parlamento e l’aperta contestazione al presidente Giammattei da parte del suo stesso vicepresidente. Tuttavia, gli analisti avevano attribuito le cause del dissenso non solo alla legge di bilancio e alla concentrazione di potere nelle mani del presidente, ma anche ad una tensione che covava nel Paese da almeno cinque anni.

Una crisi più recente, e di minore portata, è scoppiata dopo la destituzione del procuratore anticorruzione, Juan Francisco Sandoval, licenziato dal procuratore generale e capo del Pubblico Ministero, Consuelo Porras. Dopo la notizia, il 29 luglio, diverse organizzazioni sociali, indigene, contadine e studentesche del Guatemala hanno protestato per chiedere le dimissioni del presidente e di Porras. La rimozione di Sandoval ha generato pesanti critiche da parte della comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti. L’ex procuratore anticorruzione, che, per la sua sicurezza, ha lasciato il Guatemala il 24 luglio, oltre a essere considerato una delle persone chiave nello smantellamento di oltre 60 strutture criminali del Paese, ha contribuito, insieme alla Commissione internazionale contro l’impunità (CICIG), un organismo delle Nazioni Unite, a consegnare alla giustizia l’ex presidente guatemalteco, Otto Pérez Molina, e diversi membri del suo gabinetto per atti di corruzione.

La democrazia del Guatemala, nata dalla fine della guerra civile, nel 1996, è sempre stata debole, ma l’escalation delle recenti tensioni va ricondotta soprattutto ad una crisi politico-giudiziaria che si trascina dal 2015. Cinque anni fa, a seguito di indagini da parte delle Nazioni Unite, era emersi alcuni atti di corruzione che legavano le autorità doganali del Paese centroamericano a politici e narcotrafficanti, coinvolgendo direttamente l’allora presidente Pérez Molina, arrestato a settembre del 2015, e il suo successore, Jimmy Morales, nonché familiari e collaboratori dei due ex-presidenti e di numerosi politici di primo piano. Già allora, erano iniziate varie proteste contro la corruzione nel Paese e a sostegno del lavoro della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (CICIG).

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Chiara Gentili

di Redazione

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