Siria, Daraa: i negoziati falliscono, Damasco invia rinforzi

Pubblicato il 26 agosto 2021 alle 12:29 in Medio Oriente Siria

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Il governo siriano, legato al presidente Bashar al-Assad, e i rappresentanti della popolazione di Daraa, regione del Sud della Siria, non hanno trovato un accordo. Il rischio è che l’esercito di Damasco decida di avviare un’operazione militare.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, l’ultimo round di negoziati mediati dalla Russia, svoltosi nella sera del 25 agosto, non ha portato ai risultati auspicati. Come riferito da Horan Free League, un’organizzazione mediatica attiva nel Sud della Siria, i rappresentanti del governo damasceno non hanno ceduto sulle proprie richieste, prime fra tutte la consegna di armi da parte degli abitanti di Daraa, lo svolgimento di ispezioni e l’allestimento di postazioni militari all’interno della regione meridionale. Un attivista locale ha spiegato che i negoziati si sono svolti sotto la supervisione di rappresentanti russi e membri del Quinto Corpo, formata da membri che hanno stretto accordi con Assad nel 2018. Tuttavia, Damasco è stata accusata di non aver rispettato quanto promesso in precedenza e soprattutto il ritiro delle proprie forze da Daraa al-Balad.

Fonti filogovernative hanno fatto sapere che il termine ultimo per la fuoriuscita dei quasi 100 individui che si oppongono allo stanziamento delle forze di Damasco, e invitate, pertanto, a lasciare Daraa, è scaduto. Ciò rischia di vanificare gli sforzi profusi sinora, volti a scongiurare un’azione militare. A detta delle fonti, nella giornata del 25 agosto, vi sono stati “terroristi” che hanno cercato di illudere l’opinione pubblica, comunicando che 10 ricercati da Damasco erano andati via. In realtà, fonti sul campo hanno rivelato che tra tali ricercati non vi erano coloro richiesti dal governo. Alla luce di ciò, l’esercito ha inviato rinforzi, al fine di porre fine al “controllo dei terroristi” nella regione e favorire il ripristino di istituzioni statali e postazioni militari. Ad ogni modo, fonti sul campo hanno affermato che, al momento, la priorità continua a essere una soluzione pacifica ed evitare qualsiasi spargimento di sangue.

Il 25 agosto, otto sfollati di Daraa, accompagnati dalla polizia militare russa, sono arrivati al valico di Abu al-Zandin, a Est di Aleppo, nel Nord della Siria. Di questi, 3 provenivano dal governatorato di Daraa e 5 erano ex combattenti di altre regioni. Nella medesima giornata, le forze damascene hanno continuato a colpire i quartieri di Daraa con colpi di artiglieria, e hanno inviato circa 6 carri armati e rinforzi nella regione.

Per circa 63 giorni, le forze siriane hanno assediato l’area di Daraa al-Balad, un distretto meridionale posto sotto il controllo di ex gruppi dell’opposizione, impedendo l’ingresso di soccorsi e aiuti umanitari, destinati a circa 11.000 famiglie, per un totale di oltre 40.000 abitanti. Ciò ha provocato tensioni, definite le peggiori degli ultimi tre anni. Secondo quanto riportato, il 24 agosto, dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), l’escalation delle ultime settimane ha portato circa 38.600 persone ad abbandonare Daraa al-Balad in un mese. Al contempo, l’Onu ha riferito che la situazione umanitaria è deteriorata e in diversi quartieri della regione meridionale l’accesso a beni e servizi di prima necessità, inclusi cibo ed elettricità, è diventato “estremamente difficile”. Alla luce di ciò, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria, Geir Otto Pedersen, ha sottolineato la necessità di fornire assistenza umanitaria e ha esortato le parti coinvolte a porre fine alla spirale di violenza. Anche la delegata degli USA al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Linda Thomas Greenfield, ha invitato il governo siriano a consentire alle organizzazioni umanitarie di entrare a Daraa per fornire aiuti, mettendo in luce come l’assedio imposto a Daraa rischia di esacerbare la crisi umanitaria e le sofferenze della popolazione siriana.

L’area di Daraa è nota per essere stata la culla della rivoluzione in Siria. In particolare, è qui che alcuni giovani ribelli avevano scritto su un muro uno dei primi slogan antiregime, tra cui “È il tuo turno, dottore”, con riferimento al presidente siriano Assad. Risale al mese di luglio 2017 l’accordo per il cessate il fuoco a Daraa, Quneitra e Suweida, in cui parteciparono anche Stati Uniti, Russia e Giordania. Combattenti e famiglie locali hanno poi evacuato l’area nel mese di luglio 2018, dopo settimane di violenti bombardamenti, seguiti da un accordo di resa con il regime siriano e la Russia. Diversamente da altre zone circostanti, ritornate, nel corso del tempo, nelle mani del regime, l’esercito di Assad non ha dispiegato le proprie forze nell’area, facendo affidamento su alleati presenti sul posto per garantire la sicurezza della provincia. Numerosi combattenti dell’opposizione sono, però, rimasti nel governatorato, mantenendo il controllo di vaste aree rurali a Sud, Est ed Ovest. 

Ora, secondo alcuni, Assad sembra desideroso di riprendere il controllo soprattutto della moschea Omari a Daraa al-Balad. Questa moschea è stata testimone della prima scintilla della rivoluzione siriana, e il suo restauro e l’innalzamento della bandiera del governo hanno una forte valenza per Damasco, in quanto simbolo della sua vittoria contro gli oppositori.

Quanto accade a Daraa si colloca nel più ampio quadro del conflitto civile siriano, in corso oramai da circa dieci anni. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione