Gaza: violente proteste al confine con Israele, almeno 20 feriti

Pubblicato il 26 agosto 2021 alle 9:02 in Israele Palestina

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Circa 20 individui sono rimasti feriti nel corso di violente proteste verificatesi, il 25 agosto, al confine tra la Striscia di Gaza e Israele. Queste fanno seguito alle manifestazioni del 21 agosto scorso, dove sono stati almeno 41 i palestinesi feriti.

Mentre i manifestanti palestinesi sono stati visti incendiare pneumatici e lanciare palloni incendiari verso i vicini campi agricoli israeliani, le forze di Israele, schieratesi al confine, hanno cercato di respingere la folla impiegando gas lacrimogeni e sparando proiettili di gomma. Fonti mediche palestinesi hanno riferito che una ventina di dimostranti è rimasta contusa o intossicata, mentre due cittadini sono stati colpiti alla testa. La situazione di caos è scoppiata dopo che centinaia di palestinesi, perlopiù provenienti da Khan Yunis, località del Sud di Gaza, si sono radunati lungo la linea di demarcazione con Israele e hanno cercato di aprirsi un varco nei reticolati. Secondo alcuni, Hamas, gruppo palestinese posto a controllo di Gaza dal 2007, ha provato ad impedire che la situazione precipitasse, nel rispetto degli accordi presi con l’Egitto. A tal proposito, il personale di sicurezza di Hamas ha formato una catena umana nel tentativo di ostacolare l’avanzata dei manifestanti palestinesi, i quali, però, hanno successivamente oltrepassato la barriera al confine.

La richiesta principale dei palestinesi è la revoca delle misure restrittive imposte da Israele all’enclave. Nella medesima giornata del 25 agosto, si sono tenuti i funerali di Osama Khaled Deaih, un giovane palestinese deceduto a seguito delle violente manifestazioni del 21 agosto. Queste sono state definite le più violente dall’escalation di maggio, scoppiata il 10 maggio e apparentemente terminata con la tregua del 21 maggio, raggiunta dai due protagonisti, Hamas e Israele, con la mediazione dell’Egitto.

Tuttavia, il 22 agosto, proprio le autorità egiziane hanno riferito che il valico di Rafah sarebbe stato chiuso a partire dal 23 agosto e fino a data da destinarsi. Rafah, chiuso più volte dal 2014, rappresenta l’unico contatto di Gaza con il mondo esterno non controllato da Israele. Il Cairo ne aveva autorizzato l’apertura il 16 maggio scorso, per facilitare il passaggio di aiuti umanitari e feriti verso la regione del Sinai durante i raid aerei israeliani di quel mese. Nelle settimane successive, il passaggio è rimasto aperto da entrambi i lati, consentendo il trasferimento di aiuti umanitari e materiale funzionale alla ricostruzione di Gaza. Poi, il 22 agosto, l’Egitto ne ha stabilito la chiusura. Sebbene non siano stati chiariti i motivi alla base della decisione, fonti informate hanno fatto riferimento alle tensioni in corso tra Israele e Hamas.

Da un lato, i gruppi palestinesi si sono detti determinati a continuare a protestare, rifiutando lo “assedio” israeliano e la chiusura a Est di Khan Yunis. “Il popolo palestinese continuerà il proprio jihad e la lotta in tutte le sue forme”, ha dichiarato il capo del dipartimento politico del movimento “Jihad islamico”, Muhammad al-Hindi, nella sera del 25 agosto. Dall’altro lato, Israele ha messo in guardia da una possibile azione militare, nel caso in cui le violente proteste al confine con Gaza dovessero intensificarsi. “Risponderemo a qualsiasi violenza vicino a Gaza e non permetteremo che le nostre forze vengano attaccate o che la recinzione venga danneggiata”, ha dichiarato un portavoce dell’esercito israeliano poco prima delle tensioni del 25 agosto. Inoltre, il Ministero della Difesa israeliano ha affermato che il proprio Paese non consentirà la ricostruzione di Gaza fino a quando non vi sarà la calma nelle aree meridionali e si raggiungerà un accordo a lungo termine.

A maggio, l’escalation a Gaza ha avuto inizio dopo che Hamas aveva avvertito il governo di Tel Aviv che avrebbe avviato un attacco su larga scala qualora le forze israeliane non si fossero ritirate dalla Spianata delle Moschee e dal monte del Tempio, oltre che dal compound di al-Aqsa a Gerusalemme. Alla luce della mancata risposta da parte israeliana, Hamas ha iniziato a lanciare razzi contro Gerusalemme già dalla sera del 10 maggio e, nel corso dei giorni successivi, le offensive sono proseguite con attacchi da ambo le parti. Dopo 11 giorni di combattimenti, alle 2:00 di mattina del 21 maggio è entrato in vigore un cessate il fuoco.

Tuttavia, da allora le tensioni non si sono mai del tutto placate. Un segnale verso una possibile de-escalation è giunto il 19 agosto, quando Israele ha riferito di aver raggiunto un accordo con il Qatar e le Nazioni Unite, relativo a un meccanismo per inviare aiuti finanziari dallo Stato del Golfo alla Striscia di Gaza. Nella medesima giornata, le autorità israeliane hanno altresì autorizzato l’ingresso di ulteriori risorse e merci attraverso il valico di Kerem Shalom, precedentemente limitate al 30%.

Hamas, che ha più volte lanciato palloni incendiari verso Israele anche dopo la tregua, aveva minacciato un’escalation se gli aiuti del Qatar fossero rimasti bloccati. In tale quadro, il leader di Hamas, Yahya Sinwar, aveva precedentemente promesso che il suo gruppo non avrebbe preso nemmeno “un solo centesimo” degli aiuti destinati alle operazioni di ricostruzione di Gaza, che includevano 5,5 milioni di dollari in aiuti immediati dagli Stati Uniti. Con gli scontri di maggio, più di 4.000 abitazioni a Gaza sono state distrutte o danneggiate, con perdite stimate, dalla Banca Mondiale, fino a 380 milioni di dollari. Egitto e Qatar hanno promesso aiuti pari a 500 milioni di dollari ciascuno per le operazioni di ricostruzione. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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