Russia: limitare la diffusione dell’estremismo islamico dall’Afghanistan

Pubblicato il 25 agosto 2021 alle 7:02 in Asia Russia

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Il presidente russo, Vladimir Putin, durante un vertice straordinario dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO), ha affermato che è importante limitare l’espansione dell’estremismo islamico dall’Afghanistan al resto dell’Asia, dopo la presa di potere dei talebani. 

Secondo quanto riferito dal Cremlino, il 23 agosto, i colloqui di emergenza della CSTO sull’Afghanistan sono stati presieduti da Emomali Rahmon, presidente del Tagikistan, e all’incontro hanno partecipato i leader di Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan, tutte ex repubbliche sovietiche. L’alleanza militare ha espresso preoccupazione per il fatto che lo Stato Islamico è ancora presente in Afghanistan e rimane una minaccia per l’intera regione. I leader dei sei Paesi hanno quindi concordato di coordinare l’intervento a tale riguardo, in risposta a eventuali minacce emergenti. 

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che il CSTO ha discusso delle implicazioni di “un’altra guerra civile in Afghanistan”, ma ha aggiunto: “Nessuno interverrà in questi eventi”. Le sue osservazioni sono arrivate mentre un portavoce dei talebani ha dichiarato che il gruppo aveva circondato il Panjshir, l’unica delle 34 province dell’Afghanistan che non è ancora nelle mani degli insorti. Diversi oppositori dei talebani si sono radunati nell’area, che si trova a Nord della capitale, Kabul. Tra questi c’è anche Amrullah Saleh, vicepresidente dell’ormai caduto governo afghano, che sostiene di essere il presidente in carica. La difesa dell’ultima roccaforte è affidata ad Ahmad Massoud, figlio del comandante ucciso della coalizione anti-talebana dell’Alleanza del Nord che ha collaborato con gli Stati Uniti per destituire il gruppo, nel 2001.

Da parte sua, la Russia sembra aver adottato un duplice approccio nei confronti del neo-proclamato Emirato Islamico. Da una parte, Mosca ha avviato contatti con i rappresentanti del Talebani; dall’altra ha annunciato, il 17 agosto, esercitazioni su larga scala in Tagikistan, lungo il confine con l’Afghanistan. Nonostante, il 13 febbraio 2003, Mosca abbia designato i talebani come organizzazione terroristica, negli ultimi anni il Paese ha ospitato nella propria capitale funzionari Talebani, dove i colloqui più recenti risalgono all’8 e al 9 luglio di quest’anno. I negoziati sono sempre avvenuti alla presenza di alti funzionari, come il ministro degli Affari Esteri russo, Sergey Lavrov, l’inviato speciale russo per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, nonché l’ambasciatore russo a Kabul, Dmitry Zhirnov. Altrettanto rilevante è sottolineare che sia Kabulov sia Zhirnov, dall’insediamento dei talebani, hanno speso parole positive nei confronti del gruppo, anche a discapito del precedente governo di Ashraf Ghani.  In particolare, l’ambasciatore russo a Kabul ha definito “costruttivi” e “positivi” i colloqui bilaterali con i Talebani del 17 agosto.

Nonostante ciò, Lavrov ha annunciato, lo stesso 17 agosto, che la Russia non si sarebbe affrettata nel riconoscere a livello internazionale il nuovo governo talebano, e Zhirnov ha sottolineato che tutto dipenderà dalla linea politica che i miliziani adotteranno. Il ministro degli Esteri di Mosca ha altresì esortato l’Emirato Islamico ad avviare “un dialogo nazionale inclusivo, formato da tutte le forze politiche” in azione. Pertanto, sebbene gli ultimi sviluppi forniscano indizi sul ruolo che il Cremlino intende ricoprire nell’intreccio geopolitico Centro-Asiatico, Mosca rimane comunque diffidente nei confronti dell’estremismo islamista, dove il maggiore timore è che tali ideologie si diffondano nuovamente nei Paesi vicini. In aggiunta, nonostante i Talebani abbiano dichiarato “finita” la guerra civile, il rischio che l’Afghanistan diventi nuovamente teatro di conflitti intestini è alto.

Infine, è importante sottolineare che dal punto di vista degli Stati Uniti, i rapporti tra Russia e talebani sono un tema caldo dal 2016, che è tornato in cima all’agenda internazionale nel 2020. Notizie di una presunta collaborazione del Cremlino con i militanti afghani circolano a partire dal 2 dicembre del 2016, quando il generale John W. Nicholson, a comando delle truppe statunitensi in Afghanistan, aveva denunciato il supporto russo alle offensive dei talebani nel Nord del Paese. Secondo il generale degli USA, anche la Russia si era unita all’Iran e al Pakistan ed era diventato un Paese con una “influenza maligna” in Afghanistan. In tale occasione, il segretario del Consiglio di Sicurezza russo, Nikolai Patrushev, aveva negato le accuse e aveva cercato di rassicurare le autorità del Governo afghano, con scarsi risultati. Mosca affermava che il proprio sostegno materiale ai talebani aveva lo scopo di impedire allo Stato Islamico di prendere campo nel Paese e, di conseguenza, minacciare la sicurezza della Russia. 

La questione è tornata attuale a partire dal 26 giugno 2020, quando il New York Times ha rivelato che l’intelligence degli USA aveva scoperto lo spostamento di grandi risorse finanziarie da un conto bancario russo ad un conto collegato ai talebani. Tale denaro si ipotizzava potesse essere un pagamento e una prova di un rapporto tra le due parti. L’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 27 giugno, aveva dichiarato di non essere mai stato informato al riguardo. “Nessuno mi ha informato o me ne ha mai parlato”, aveva scritto Trump su Twitter. “Tutti lo stanno negando e non ci sono stati molti attacchi contro di noi”, aveva aggiunto il presidente. Lo stesso 27 giugno, la Casa Bianca e il direttore dell’Intelligence Nazionale avevano smentito tali informazioni. Anche il Ministero degli Esteri russo aveva negato la versione del Times. 

Allora, il 28 giugno 2020, il giornale statunitense aveva pubblicato un nuovo articolo in cui si riferiva che l’intelligence e gli agenti delle operazioni speciali statunitensi in Afghanistan avevano avvisato i propri superiori già a gennaio del 2020 riguardo alla condotta della Russia e al pagamento di ricompense per effettuare attacchi contro gli Stati Uniti. Di conseguenza, il 29 giugno 2020, sia i democratici sia i repubblicani al Congresso avevano chiesto risposte immediate all’amministrazione Trump. Non è chiaro quante truppe americane o della coalizione internazionale possano essere state prese di mira o uccise nell’ambito del presunto programma di ricompense russo. Secondo il Times, l’intelligence avrebbe appreso tali informazioni da interrogatori di combattenti catturati. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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