Il premier di Israele negli USA: no all’accordo sul nucleare iraniano

Pubblicato il 25 agosto 2021 alle 11:04 in Israele USA e Canada

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Il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, è partito per gli Stati Uniti, dove si prevede incontrerà il capo della Casa Bianca, Joe Biden, il 26 agosto. Pur promettendo un “nuovo spirito di collaborazione” tra USA e Israele, il premier si è detto intenzionato a bloccare l’accordo sul nucleare iraniano, dopo che Washington, negli ultimi mesi, si è impegnata in negoziati volti a ripristinare l’intesa.

L’accordo sul nucleare, altresì noto come Joint Comprehensive plan of Action (JCPOA), è tra i dossier che Bennett e Biden si preparano a discutere. Il primo ministro israeliano, poco prima della sua partenza, ha riferito che proporrà alla controparte statunitense una nuova “strategia”, volta ad affrontare il programma nucleare iraniano e le attività regionali di Teheran, senza tornare al JCPOA. Secondo fonti diplomatiche, l’idea di Bennett è che l’accordo non può più avere rilevanza nel 2021. Sebbene il patto possa colmare alcuni vuoti in materia di arricchimento di uranio, l’Iran risulta essere comunque il favorito. Inoltre, a detta delle medesime fonti, per Bennett la questione nucleare iraniana rappresenta una sfida per Israele e i suoi alleati, e, al contempo, un’opportunità per sviluppare una nuova ampia strategia regionale per affrontare Teheran, in collaborazione con gli altri Paesi arabi.

Ancora prima della nomina di Bennett alla guida dell’esecutivo, avvenuta il 13 giugno scorso, Israele ha più volte criticato l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, così come il possibile ritorno di Washington nell’intesa, e si è detto contrario a qualsiasi dialogo che potesse portare Teheran a sviluppare le proprie capacità nucleari, alla luce dei rischi derivanti dalla possibile produzione di armi. A tal proposito, era stato l’ex premier israeliano, Benjamin Netanyahu, a definire l’accordo del 2015 “pericoloso”, evidenziando la necessità di contrastare la minaccia iraniana nella regione mediorientale. Washington si è unilateralmente ritirata dall’intesa l’8 maggio 2018, ma, a seguito del cambio alla presidenza, si è detta intenzionata a rilanciare il JCPOA. Ciò ha portato all’avvio di negoziati, il 6 aprile scorso, tra i firmatari dell’accordo. I colloqui sono entrati in una fase di stallo a seguito dell’interruzione precedente alla nomina del nuovo capo di Stato iraniano, Ebrahim Raisi, ma si è in attesa di una loro ripresa.

Bennett ha poi riferito che, nel corso dei colloqui con Biden, verranno prese in esame anche diverse iniziative che aiuteranno Israele a mantenere il suo vantaggio militare qualitativo, oltre ai rapporti commerciali, alla crisi climatica e alla lotta contro il Covid-19. Circa i rapporti con il popolo palestinese, in un’intervista con il New York Times, Bennett ha dichiarato che il proprio governo è intenzionato a proseguire la politica di insediamento in Cisgiordania, a cui Biden si oppone, e che non si impegnerà in colloqui di pace con l’Autorità palestinese, ma non ha riferito se ostacolerà o meno i tentativi di Washington di riaprire un consolato statunitense in Cisgiordania. Bennett ha altresì affermato che impiegherà la sua visita negli USA per ripristinare il “tono delle relazioni di Israele” con gli Stati Uniti, vista la distanza dell’ex premier Netanyahu con le amministrazioni democratiche.

Era stato il predecessore di Biden, Donald Trump, attraverso il proprio consigliere senior, Jared Kushner, e all’ inviato degli Stati Uniti, Avi Berkowitz, a promuovere gli accordi di normalizzazione tra Israele e diversi Paesi del mondo arabo, tra cui Emirati Arabi Uniti (UAE), Bahrein e Marocco, a cui si sono aggiunti anche il Sudan e il Bhutan, il che ha significato riconoscere ufficialmente lo Stato di Israele. A tal proposito, Washington ha ospitato la cerimonia di firma delle prime intese, tra cui l’accordo Abraham riguardante Abu Dhabi, il 15 settembre 2020. Al contempo, il 28 gennaio 2020, Trump aveva annunciato il cosiddetto “accordo del secolo”, un piano di pace volto a porre fine al conflitto israeliano-palestinese, precedentemente promosso dal suo consigliere e genero Kushner. Il progetto, laddove attuato, avrebbe potuto garantire a Israele il controllo di una Gerusalemme unificata, riconosciuta come capitale, oltre a preservare gli insediamenti israeliani negli attuali Territori Palestinesi, che includono la Cisgiordania e Gaza.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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