L’Europa teme i flussi di rifugiati dall’Afghanistan

Pubblicato il 23 agosto 2021 alle 9:22 in Afghanistan Europa

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Dopo il ricordo della crisi migratoria alimentata, nel 2015, dalla guerra in Siria, i leader europei intendono evitare a tutti i costi un altro afflusso su larga scala di rifugiati e migranti dall’Afghanistan. Fatta eccezione per coloro che hanno aiutato le forze occidentali nel conflitto ventennale, il messaggio di molti Paesi europei agli afghani che stanno considerando di fuggire in Europa sembra essere il seguente: se dovete partire, andate nei Paesi vicini, non venite qui. Questa, ad esempio, la posizione dell’Austria. “Deve essere un nostro obiettivo mantenere la maggioranza della popolazione nella regione”, ha affermato, il 19 agosto, il ministro degli Interni austriaco Karl Nehammer. L’esecutivo di Vienna, tra i sostenitori della linea dura sull’immigrazione europea, ha suggerito di istituire “centri di espulsione” nei Paesi confinanti con l’Afghanistan in modo che gli Stati dell’UE possano espellere lì i cittadini afghani cui è stato negato l’asilo e che non possono essere rimandati in patria. Anche l’Ungheria ha subito dichiarato che le sue frontiere resteranno chiuse. 

Durante una riunione straordinaria dei ministri degli Interni europei, il 19 agosto, i funzionari dell’Unione hanno sottolineato che la lezione più importante imparata dalla crisi migratoria del 2015 è stata quella di non lasciare i rifugiati a se stessi. Pertanto, senza un urgente aiuto umanitario, gli afghani inizieranno a muoversi. La commissaria dell’UE, Ylva Johansson, nel suo intervento, ha evidenziato la svolta che l’Europa comunitaria deve operare per non aggravare lo stato delle cose. “Dobbiamo evitare che le persone si mettano in viaggio, in mezzo ai pericoli, e si presentino da irregolari alle frontiere dell’Unione” ha detto, aggiungendo: “Non possiamo aspettare che i migranti si ammassino alle nostre frontiere esterne. Dobbiamo aiutarli prima. Dovremmo evitare itinerari irregolari, viaggi pericolosi agevolati dai contrabbandieri. Invece, dovremmo favorire soluzioni legali e sicure per garantire alle persone bisognose una protezione internazionale e l’ingresso nell’Unione Europea”.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO si stanno affrettando ad evacuare migliaia di afghani che temono di essere puniti dai talebani per aver lavorato con le forze occidentali. Tuttavia, è improbabile che gli altri cittadini ricevano lo stesso trattamento. Anche la Germania, che dal 2015 ha ammesso più siriani di qualsiasi altra nazione occidentale, sta lanciando oggi un segnale diverso. Nonostante l’impegno diplomatico della cancelliera Angela Merkel, che sta lavorando per garantire che venga evacuato “il maggior numero possibile di persone vulnerabili”, diversi politici tedeschi, tra cui Armin Laschet, candidato del blocco sindacale di centrodestra, hanno avvertito che non si deve “ripetere” la crisi migratoria del 2015. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha sottolineato che “l’Europa da sola non può farsi carico delle conseguenze” della situazione in Afghanistan e “deve anticipare e proteggersi dai significativi flussi migratori irregolari”. La Gran Bretagna, che è ormai fuori dall’UE, ha affermato, dal canto suo, che quest’anno accoglierà circa 5.000 rifugiati afghani. Oltre alla dichiarazione di Londra, poche sono state le offerte concrete da parte dei Paesi europei, che, al di là dell’evacuazione dei propri cittadini e del personale afghano, sembrano voler aiutare gli afghani direttamente sul territorio o nei Paesi limitrofi, come Iran e Pakistan.

Il presidente del Consiglio dell’UE, Charles Michel, durante una visita al centro di emergenza spagnolo di Madrid per i rifugiati afghani, ha riconosciuto le sfide che l’Europa deve affrontare. “Le partnership con Paesi terzi saranno al centro delle nostre discussioni nell’Unione Europea. Dobbiamo adottare strategie che garantiscano che la migrazione sia possibile in modo ordinato e coerente”, ha affermato, aggiungendo: “Dobbiamo trovare quell’equilibrio tra la dignità dell’UE e la capacità di difendere gli interessi della stessa”.

La Grecia, le cui isole affacciate sulla costa turca sono state per anni il punto di ingresso in Europa di centinaia di migliaia di siriani, iracheni, afghani, ha chiarito che non vuole rivivere quella crisi. Il ministro della Migrazione, Notis Mitarachi, ha affermato che Atene non accetterà di essere la “porta di accesso per i flussi irregolari nell’UE” e ha indicato la Turchia come un luogo sicuro per gli afghani. Il Paese del presidente Recep Tayyip Erdogan, però, ospita già 3,6 milioni di siriani e centinaia di migliaia di afghani e ha più volte minacciato di rimandarli in Europa per fare leva politica. “La Turchia non ha alcun dovere, responsabilità o obbligo di essere il magazzino dei rifugiati in Europa”, ha avvertito Erdogan, giovedì 19 agosto. Il giorno successivo, il presidente turco ha parlato dell’immigrazione dall’Afghanistan in una rara telefonata con il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Riconoscendo la generale opposizione dell’opinione pubblica sul tema migrazione, Erdogan ha sottolineato che il suo governo ha appositamente voluto rafforzare il confine orientale tra Turchia e Iran con militari, gendarmeria, polizia e con un nuovo muro, in costruzione dal 2017.

Gli esperti affermano che non ci sono state ancora indicazioni di movimenti di massa attraverso il confine. Le autorità turche dichiarano di aver intercettato finora, dall’inizio dell’anno, 35.000 afghani entrati illegalmente nel Paese, rispetto agli oltre 50.000 di tutto il 2020 e ai circa 200.000 del 2019. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, UNHCR, stima che il 90% dei 2,6 milioni di rifugiati afghani al di fuori del Paese viva nei vicini Iran e Pakistan. In confronto, circa 630.000 afgani hanno chiesto asilo nei paesi dell’UE negli ultimi 10 anni, con i numeri più alti in Germania, Ungheria, Grecia e Svezia, secondo l’agenzia di statistica dell’UE, Eurostat.

Jan Egeland, segretario generale del Consiglio norvegese per i rifugiati, ha affermato che non è scontato che l’acquisizione del potere da parte dei talebani si traduca in una nuova crisi dei rifugiati. “Vorrei mettere in guardia da questa profezia che si autoavvera”, ha detto. “Gli afghani sono spaventati, sconcertati ma anche speranzosi che una lunga, lunga guerra possa finire ed evitare il fuoco incrociato”. Egeland ha sottolineato che molto dipende dall’eventualità che i talebani permettano o meno allo sviluppo e al lavoro umanitario di continuare. “Se ci fosse un crollo dei servizi pubblici e una grave crisi alimentare, ci sarebbe sicuramente un movimento di massa di rifugiati”, ha concluso. 

L’attuale situazione in Afghanistan è nata dopo che, il 15 agosto, i talebani si sono insediati nella capitale afgana, annunciando la rinascita dell’Emirato islamico e la fine della guerra in Afghanistan. Nel giro di poche settimane, il gruppo ha preso il controllo sul Paese conquistando gran parte dei suoi capoluoghi provinciali, spesso senza incontrare resistenza. Una volta che i talebani sono giunti alle porte di Kabul, il 15 agosto, il presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, ha lasciato il Paese per recarsi in Tajikistan insieme ad altri funzionari del governo.

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.