Bolivia: l’opposizione ha chiesto una riforma giudiziaria

Pubblicato il 19 agosto 2021 alle 8:00 in America Latina Bolivia

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I leader dell’opposizione e le piattaforme cittadine contrarie al Governo del presidente della Bolivia, Luis Arce, hanno chiesto, martedì 17 agosto, una riforma giudiziaria per garantire l’imparzialità delle indagini sulle violazioni dei diritti umani avvenute nel 2019.

Un gruppo di esperti della Commissione interamericana sui diritti umani (CIDH) ha rivelato che le forze militari e di polizia della Bolivia hanno commesso massacri di civili, durante i disordini sociali del 2019. Il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) della CIDH, che ha indagato su questi incidenti, ha rilasciato il rapporto al presidente del Paese.

Patricia Tappatá, membro del GIEI, ha affermato che “almeno 37 persone hanno perso la vita e altre centinaia hanno riportato ferite gravi, sia fisiche che psicologiche”. L’indagine ha coperto il periodo di Governo dell’ex capo di Stato, Evo Morales, fino all’inizio della presidenza della senatrice di destra, Jeanine Áñez.

L’attuale presidente boliviano ha affermato che il rapporto “descrive chiaramente le gravi violazioni dei diritti umani, i massacri e le esecuzioni extragiudiziali avvenute nel Paese durante il presunto colpo di stato contro il politico Morales”. 

Il governatore della regione di Santa Cruz, Luis Fernando Camacho, ha affermato che il rapporto “è chiaro”, perché “le morti e le violazioni dei diritti umani sono iniziate nel Governo di Evo Morales e si sono concluse in quello di Áñez”.

L’ex presidente Carlos Mesa, che ha governato il Paese dal 2003 al 2005, ha affermato che deve essere attuata una riforma del sistema giudiziario, “per garantire un giusto processo nei casi che devono essere giudicati”. L’ex presidente, che guida la forza di opposizione Citizen Community (CC), ha anche considerato che giudici e pubblici ministeri sono “soggetti” al Movimento al socialismo (MAS) del governo e “non sono affidabili o imparziali”.

Mesa è accusato dal partito di governo di essere uno dei responsabili del presunto colpo di stato, insieme alla Chiesa cattolica, all’Unione europea (UE), all’Organizzazione degli Stati americani (OSA), ai Governi dell’argentino Mauricio Macri e dell’ecuadoriano Lenín Moreno.

Il Governo boliviano sta attualmente indagando sulla ricezione di armi, munizioni di guerra e gas lacrimogeni sotto il suo mandato e se sono stati utilizzati nei conflitti sociali del 2019. In quell’anno è scoppiata una crisi sociale e politica in Bolivia dopo le elezioni generali del 20 ottobre. L’allora presidente del Paese, Evo Morales, è stato accusato di brogli elettorali dall’Organizzazione degli Stati americani (OAS) e dall’opposizione politica boliviana e, poiché ciò ha generato proteste civili fino al 10 novembre, il comandante a capo delle forze armate della Bolivia, Williams Kaliman, ha suggerito a Morales di dimettersi dal suo mandato presidenziale.

Il Governo socialista, che ha preso il potere nell’ottobre 2020, ha incolpato Áñez e vari suoi ex ministri ed ex alti ufficiali delle Forze armate di aver rovesciato l’allora presidente del Paese in un presunto colpo di stato. Questa teoria sarebbe stata successivamente smentita dall’opposizione, dichiarando che la causa della rivolta in Bolivia sarebbe stata generata dallo stesso Morales, che aveva intenzione di rimanere in carica per la quarta volta di seguito, nonostante la Costituzione del Paese permettesse solo due mandati consecutivi.

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Ludovica Tagliaferri

di Redazione

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